Alzheimer, inibitori dell'acetilcolinesterasi riducono il rischio di fratture osteoporotiche

Nei pazienti anziani con malattia di Alzheimer, l'uso di inibitori dell'acetilcolinesterasi associato a un rischio ridotto di fratture osteoporotiche, secondo uno studio condotto da un team di esperti dell'Hospital Regional Universitario di Malaga e pubblicato su Osteoporosis International.

Nei pazienti anziani con malattia di Alzheimer, l’uso di inibitori dell’acetilcolinesterasi è associato a un rischio ridotto di fratture osteoporotiche, secondo uno studio condotto da un team di esperti dell’Hospital Regional Universitario di Malaga e pubblicato su Osteoporosis International.

“Lo studio dimostra che questi farmaci, utilizzati comunemente nei pazienti con Alzheimer, hanno un effetto protettivo contro le fratture osteoporotiche in generale”, spiegano gli autori. “inoltre, lo studio conferma il forte legame tra il sistema nervoso e la fisiologia ossea”, aggiungono i ricercatori.

“Questi risultati possono incoraggiare i clinici all’uso di questi farmaci per i pazienti che soffrono della malattia neurodegenerativa, per i loro benefici sia a livello cerebrale che a livello muscolo-schelettrico”.

Gli esperti hanno condotto uno studio caso-controllo analizzando i dati di due database di cure primarie del Regno Unito, riguardanti i pazienti con malattia di Alzheimer di età superiore ai 65 anni nel periodo compreso tra il 1998 e il 2013. AL basale, nessuno nei pazienti analizzati aveva una storia di fatture osteoporotiche.

I 1.190 casi avevano presentato una prima diagnosi di frattura osteoporotica durante il periodo di studio, almeno un anno dopo la diagnosi di Alzheimer. I 4.760 controlli, che sono stati confrontati con i casi e che avevano le stesse caratteristiche di età, sesso e durata della malattia, non avevano riportato fratture durante lo stesso periodo.

Rispetto ai pazienti che non avevano fatto uso di acetilcolinesterasi inibitori, i pazienti trattati con questi farmaci (57% della coorte analizzata) hanno mostrato una riduzione significativa del rischio di frattura (odds ratio aggiustato, 0,80). Il beneficio era limitato ai soggetti con almeno l’80% di aderenza al trattamento (aOR, 0,76), i quali rappresentavano circa l'84% dei pazienti che facevano uso di  inibitori dell'acetilcolinesterasi.

“Questo studio fornisce informazioni su una nuova applicazione  per una tipologia di farmaci già approvata, e dimostra l'importanza clinica del sistema nervoso parasimpatico nelle condizioni legate all’invecchiamento come l'osteoporosi”, spiegano i ricercatori.

"I pazienti con Alzheimer a rischio di fratture ossee dovrebbero trarre vantaggio dall'utilizzo di inibitori dell'acetilcolinesterasi, non solo per migliorare la memoria, ma anche per migliorare la salute delle loro ossa ossa", spiegano gli autori. “Tuttavia, anche se questi farmaci sono utili per la perdita di memoria e il metabolismo osseo, possono avere effetti collaterali imprevisti che potrebbero influire negativamente sulla sopravvivenza del paziente".

"Il messaggio da portare a casa da questo studio è che se abbiamo un malato con  Alzheimer che viene trattato con uno si questi inibitori dell'acetilcolinesterasi, possiamo essere sicuri del fatto che il farmaco non stia facendo nulla di male alle ossa e che potrebbe effettivamente contribuire a ridurre il rischio di fratture ", aggiungono gli esperti.

I. Tamimi et al., Acetylcholinesterase inhibitors and the risk of osteoporotic fractures: nested case-control study, Osteoporosis International.
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