Il farmaco antiepilettico retigabina sembra avere un effetto nella preservazione della funzione cerebrale dopo un ictus.  Ricercatori americani della Scuola di Medicina presso l’Health Science Center dell’Università di San Antonio in Texas hanno infatti scoperto che trattando modelli murini dopo un ictus con il farmaco retigabina  non emergono perdita di coordinazione motoria e del bilanciamento, capacità compromesse negli animali non trattati. I dettagli della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista The Journal of Neuroscience.

“Sembrava che i topi non fossero stati colti da ictus”, ha sottolineato ai margini di una conferenza il coordinatore della ricerca Mark S. Shapiro, aggiungendo che gli animali trattati con retigabina non avevano alcun problema a voltarsi su una trave o a deambulare. Le analisi istologiche avevano poi mostrato una riduzione del danno a livello del tessuto cerebrale nei topi trattati con retigabina.

Il farmaco agisce sull’attività elettrica delle cellule nervose, e i suoi effetti protettivi sono stati evidenziati nei topi sino a cinque giorni dopo la comparsa del’ictus. “Il prossimo passo – ha proseguito Shapiro – è cercare di capire se sia possibile prevenire gli ictus nei modelli animali ad alto rischio.

Trattandosi di una delle principali cause di morte e disabilità, questa patologia è un grave rischio per la nostra società”. Poiché il farmaco viene già utilizzato per contrastare le crisi epilettiche, gli autori dello studio si augurano che l’Fda fornisca velocemente l’approvazione per le sperimentazione cliniche sull’uomo.

Nello stroke ischemico, il trasporto di ossigeno e nutrienti ai neuroni viene improvvisamente interrotto a causa di un coagulo sanguigno. La retigabina non agisce sul trombo, così come fanno gli attivatori tissutali del plasminogeno, ma agisce direttamente sui neuroni.

La retigabina ha la funzione di aprire i canali del potassio e la sua azione interrompe l’attività elettrica delle cellule nervose nel cervello. Il farmaco preserva le cellule interrompendo l’attività elettrica dei neuroni ed evitando gli effetti secondari maggiormente dannosi.

Le malattie che coinvolgono l’apparato cardiovascolare sono la prima causa di morte nei Paesi industrializzati, seguite dai tumori e dagli ictus, di cui questi ultimi rappresentano anche la principale causa di invalidità. Basti pensare che nei soli Stati Uniti d’America ogni anno quasi un milione di persone viene colta da ictus, mentre in Italia si registrano circa 200mila casi nello stesso intervallo di tempo. Gli ictus, classificati in diverse tipologie, interessano principalmente la popolazione anziana (oltre i 65 anni), sebbene ben 30mila casi l’anno riguardino persone nella cosiddetta fascia d’età produttiva. In caso di sopravvivenza, l’impatto debilitante dell’ictus può essere più o meno severo in base alle lesioni cerebrali riportate e al periodo di mancata ossigenazione. Grazie a questa ricerca si aprono nuove speranza per la cura di questa malattia, anche se i risultati devono ovviamente essere verificati nell’uomo.

Mark S. Shapiro et al., Augmentation of M-Type (KCNQ) Potassium Channels as a Novel Strategy to Reduce Stroke-Induced Brain Injury, The Journal of Neuroscience, 4 February 2015, 35(5): 2101-2111; doi: 10.1523/JNEUROSCI.3805-14.2015