Massimo Filippi
Professore Associato di Neurologia, Università Vita-Salute San Raffaele
Direttore, Neuroimaging Research Unit, IRCCS Ospedale San Raffaele

Una percentuale estremamente alta di pazienti affetti da Sclerosi Multipla (SM) lamenta disturbi cognitivi, con una compromissione soprattutto a carico dell’attenzione, della velocità di processazione delle informazioni, delle funzioni esecutive, della memoria e delle abilità visuo-spaziali. Considerando il notevole impatto che la presenza di deficit cognitivi può avere sulla qualità di vita di questi pazienti, non solo in ambito familiare, ma anche lavorativo, è di fondamentale importanza approfondire la comprensione dei meccanismi ad essi sottesi, al fine di sviluppare valide opzioni terapeutiche. In tale ambito, l’applicazione di tecniche avanzate di risonanza magnetica (RM) ha fornito una serie di informazioni importanti, mostrando che il danno focale e diffuso a carico sia della sostanza bianca che della sostanza grigia cerebrali è correlato alla gravità dei deficit cognitivi nei pazienti con diversi fenotipi di SM.

Studi di RM funzionale (RMf) hanno ipotizzato che una riorganizzazione dei principali network cognitivi potrebbe contribuire a controbilanciare la presenza di tale danno strutturale. La RMf potrebbe pertanto rappresentare uno strumento utile anche per valutare l’effetto di interventi terapeutici (farmacologici o riabilitativi) sui disturbi cognitivi di questi pazienti. Chiaramente, sono necessari diversi passaggi per confermare l’utilità della RMf in questo ambito.

Il primo è la sua validazione in uno studio multicentrico. Il secondo è la sua applicazione in un contesto longitudinale.

L’obiettivo di questo studio multicentrico, condotto nell’ambito del network europeo MAGNIMS (MAGNetic resonance Imaging in Multiple Sclerosis), è stato quello di studiare i correlati funzionali dei deficit cognitivi (per lo più riconducibili ad una disconnessione del lobo frontale) in pazienti con SM con e senza compromissione cognitiva. A tal fine, sono stati reclutati 42 pazienti e 52 controlli sani in 6 centri di riferimento europei.

Tutti i soggetti hanno eseguito una RM dell’encefalo ad alto campo, che comprendeva anche una sequenza di RMf durante l’esecuzione del compito n-back; tale compito valuta in maniera selettiva la memoria di lavoro. I pazienti sono stati anche sottoposti ad una valutazione neurologica e neuropsicologica standardizzate. In base a criteri internazionali (deficit a 2 test cognitivi), 20 pazienti (48%) sono risultati cognitivamente compromessi, con una distribuzione simile nei diversi centri reclutatori. Come atteso, i pazienti cognitivamente compromessi erano più anziani ed avevano un maggior danno strutturale (in termini di lesioni focali e di atrofia encefalica) rispetto ai pazienti cognitivamente integri.

L’analisi dei dati di RMf ha evidenziato che, durante l’esecuzione del compito n-back, i controlli sani e i pazienti con SM mostravano un pattern di attivazioni/deattivazioni che coinvolgeva analoghe regioni dell’encefalo. Tuttavia, con l’aumentare della difficoltà del compito, i pazienti con deficit cognitivo mostravano una ridotta capacità di aumentare il reclutamento di diverse aree dei lobi frontali e parietali, bilateralmente. Questi pazienti mostravano anche una ridotta deattivazione di aree del default-mode network. Le alterazioni funzionali descritte erano significativamente correlate sia alla compromissione cognitiva globale dei pazienti, sia a deficit in singoli domini funzionali, così come alla gravità del danno strutturale encefalico.

I risultati di questo studio sono di estrema importanza non solo perché confermano la nozione secondo cui i disturbi cognitivi nella SM sono principalmente riconducibili a una disfunzione del lobo frontale, ma anche perché mostrano che è possibile applicare la RMf in un setting multicentrico, fornendo così un ulteriore strumento utile per il monitoraggio di possibili interventi terapeutici volti a mitigare gli effetti dei deficit cognitivi associati a questa condizione.