Disturbi del ritmo sonno-veglia nel Parkinson, efficace il sodio oxibato in fase 2a

Neurologia

Uno studio appena pubblicato su "JAMA Neurology" fornisce un'evidenza di classe I per l'efficacia del sodio oxibato nel trattamento della sonnolenza eccessiva diurna (EDS) e del disturbo del sonno notturno nei pazienti con malattia di Parkinson (PD).

Uno studio appena pubblicato su “JAMA Neurology” fornisce un’evidenza di classe I per l'efficacia del sodio oxibato nel trattamento della sonnolenza eccessiva diurna (EDS) e del disturbo del sonno notturno nei pazienti con malattia di Parkinson (PD).

«L’EDS e il sonno notturno disturbato sono sintomi non motori della malattia di Parkinson (PD) comuni e debilitanti, ma le opzioni di trattamento sono scarse» ricordano gli autori, guidati da Fabian Büchele, del Dipartimento di Neurologia dell’Ospedale Universitario di Zurigo (Svizzera). «Pertanto» proseguono «un precedente studio in aperto ha introdotto il sodio oxibato, un potente depressore del sistema nervoso centrale e un trattamento di prima linea nella narcolessia di tipo 1, per i disturbi del ritmo sonno-veglia nei pazienti con PD».

«Sebbene abbia dimostrato un miglioramento, la significatività dello studio in aperto risulta limitata a causa della mancanza di un gruppo di controllo e di misure oggettive di outcome relative alla sonnolenza» osservano. Per colmare questa lacuna, Büchele e colleghi in questa sperimentazione hanno esaminato l'efficacia e la sicurezza del sodio oxibato per l'EDS e il sonno notturno disturbato nei pazienti con PD tramite uno studio elettrofisiologico in doppio cieco controllato con placebo.

Un RCT incrociato in doppio cieco con misure oggettive polisonnografiche degli outcome
Lo studio monocentrico, randomizzato, in doppio cieco, controllato con placebo e incrociato (crossover) di fase 2a è stato condotto tra il gennaio del 2015 e il febbraio del 2017 nel Laboratorio del Sonno presso l'Ospedale Universitario di Zurigo, dove sono stati analizzati 18 pazienti con PD ed EDS (punteggio di Epworth Sleepiness Scale [ESS]> 10).

Cinque pazienti sono stati esclusi a causa della diagnosi polisonnografica di apnee notturne del sonno e un paziente ha ritirato il consenso. Pertanto, 12 pazienti sono stati randomizzati a una sequenza di trattamento costituita da sodio oxibato seguito da placebo oppure placebo seguito da sodio oxibato, in rapporto 1: 1. Dopo il drop-out di un paziente a causa di un evento avverso non correlato al farmaco durante il periodo di washout, 11 pazienti hanno completato lo studio.

Due pazienti hanno sviluppato apnea ostruttiva del sonno durante il trattamento con sodio oxibato (1 era il dropout) e sono stati esclusi dall'analisi per protocollo (n = 10) ma inclusi nell'analisi intention-to-treat (n = 12). «L’intervento era costituito dall’assunzione di sodio oxibato notturno e placebo prima di coricarsi e da 2,5 a 4,0 ore più tardi, con una dose individuale titolata tra 3,0 e 9,0 g a notte per 6 settimane con interposto un periodo di washout variabile da 2 a 4 settimane» spiegano Büchele e colleghi.

«La misura dell'outcome primario era il cambiamento dell'EDS obiettivo misurato elettrofisiologicamente mediante la latenza media del sonno nel Multiple Sleep Latency Test» proseguono gli autori. «Le misure di outcome secondario includevano il cambiamento dell’EDS soggettiva (ESS), la qualità del sonno (Parkinson Disease Sleep Scale-2) e le variabili oggettive del sonno notturno (polisonnografia)».

Significativo miglioramento della sonnolenza eccessiva diurna
Tra 12 pazienti compresi nella popolazione intention-to-treat (10 uomini, 2 donne; età media [SD]: 62 [11,1] anni; durata della malattia: 8,4 [4,6] anni), sodio oxibato ha migliorato sostanzialmente l'EDS come misurato oggettivamente (latenza media del sonno: +2,9 minuti, IC 95%: da 2,1 a 3,8 minuti; P = 0,002) e soggettivamente (punteggio ESS: -4,2 punti; IC 95%: da -5,3 a -3,0 punti; P = 0,001).

«In tal modo, 8 pazienti (il 67%) hanno presentato una risposta al trattamento positiva definita elettrofisiologicamente» dichiarano i ricercatori. «Inoltre, il sodio oxibato ha significativamente migliorato la qualità soggettiva del sonno e la durata del sonno a onde lente misurata oggettivamente (+72,7 minuti; IC 95%: da 55,7 a 89,7 minuti; P <0,001)».

Le differenze erano più pronunciate nell'analisi per protocollo, rilevano. Il sodio oxibato, aggiunge il gruppo di Büchele, è stato generalmente ben tollerato con aggiustamento della dose (non vi è stato alcun abbandono correlato al trattamento), ma ha indotto apnea ostruttiva del sonno de novo in 2 pazienti e parasonnie in 1 paziente, come rilevato dalla polisonnografia. Questi ultimi pazienti non hanno beneficiato del trattamento con sodio oxibato.

Dunque «il sodio oxibato può essere una potente nuova opzione di trattamento per i disturbi del ritmo sonno-veglia nel PD» sostengono gli autori. «In ogni caso» rimarcano «un monitoraggio speciale con follow-up polisonnografici è comunque necessario per escludere complicanze correlate al trattamento (come già stabilito in molti Paesi per sodio oxibato nella narcolessia attraverso restrizioni regolatorie)». Infine, concludono, «sono necessari studi di follow-up più ampi con tempi di trattamento maggiormente estesi per la validazione dell’approccio».

Arturo Zenorini

Riferimento bibliografico:
Büchele F, Hackius M, Schreglmann SR, et al. Sodium Oxybate for Excessive Daytime Sleepiness and Sleep Disturbance in Parkinson Disease: A Randomized Clinical Trial. JAMA Neurol, 2017 Nov 6. [Epub ahead of print]
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