Ictus, 90% dovuti a cause evitabili. Prima fra tutte l'ipertensione

Sono stati pubblicati sul Lancet i risultati aggiornati dello studio Interstroke, uno studio caso-controllo che ha coinvolto 32 paesi e circa 27mila pazienti provenienti da tutto il mondo e che ha analizzato i principali fattori di rischio per stroke.

Sono stati pubblicati sul Lancet i risultati aggiornati dello studio Interstroke, uno studio caso-controllo che ha coinvolto 32 paesi e circa 27mila pazienti provenienti da tutto il mondo e che ha analizzato i principali fattori di rischio per stroke.

La novità è che lo studio non ha preso in esame i tradizionali fattori di rischio come ipertensione, fumo, obesità, dieta e attività fisica, ma ha anche inserito nell’analisi fattori di rischio di ictus meno noti come il diabete, il consumo di alcol, fattori psicosociali come depressione e stress e il rapporto tra apolipoproteina B e A1.

Dallo studio è emerso che tutti questi fattori possono spiegare il 90% degli stroke osservati. Di questi, l’ipertensione, il fumo, l’obesità addominale, la dieta e il consumo di alcol sono tra i principali fattori di rischio per stroke emorragico. Ma il dato più significativo emerso da questo trial è che eliminando solo l’ipertensione si potrebbe ridurre del 48% il numero di ictus a livello globale.

Come spiegano gli autori, l’ictus p la principale causa di morte e disabilità, specialmente nei paesi a basso e medio reddito. Con il loro studio, i ricercatori hanno voluto quantificare l’importanza di alcuni potenziali fattori di rischio modificabili per stroke in differenti regioni del mondo e in popolazioni chiave e per sottotipi di stroke primariamente patologici.

Gli esperti hanno completato uno studio caso controllo internazionale standardizzato che ha coinvolto 32 paesei in Asia, America, Europa, Australia, Medio Oriente e Africa. I casi erano rappresentati dai pazienti con stroke acuto primario (entro 5 giorni dalla comparsa dei sintomi e 72 ore il ricovero in ospedale). I controlli era individui ospedalizzati o in comunità senza storia di stroke e con caratteristiche simile ai casi per quanto riguarda sesso ed età. L’OR e il PAR (population attributable risks) sono satti calcolari con un intervallo di confidenza del 99%.

Tra gennaio 2007 e agosto 2015, 26.929 parteciapnti sono stati inclusi nello studio (13.447 casi e 13.472 controlli. I casi avevano presentato ictus ischemico o emorragia cerebrale.

La storia precedente di ipertensione o pressione sanguigna uguali o superiore a 140/90 mm Hg (OR 2,98, 99% CI 2,72–3,28; PAR 47,9%, 99% CI 45,1–50,6), l’attività fisica regolare (0,60, 0,52–0,70; 35,8%, 27,7–44,7), il rapporto di apolipopoteina (Apo)B/ApoA1 (1,84, 1,65–2,06), la dieta (0,60, 0,53–0,67), il rapporto tra vita e fianchi (1,44, 1,27–1,64), i fattori psicosociali, (2,20, 1,78–2,72; 17,4%, 13,1–22,6), il fumo (1,67, 1,49–1,87; 12,4%, 10,2–14,9), cardiac causes (3,17, 2,68–3,75; 9,1%, 8,0–10,2), il consumo di alcol (2,09, 1,64–2,67) e il diabete (1,16, 1,05–1,30; 3,9%, 1,9–7,6) erano associate a tutti gli stroke.

Globalmente, questi fattori di rischio rappresentavano il 90,7% del PAR per tutti i tipi di stroke a livello globale (91,5% per lo stroke ischemico, 87,1% l’emorragia intracerebrale), e erano consistenti tra le varie regioni (dall’ 82,7% in Africa al 97,4% in Asia), tra i sessi (90,6% negli uomini e nelle donne), e tra le diverse età considerate (92,2% in pazienti con età ≤55 anni, 90,0% in pazienti con età >55 anni).

Esaminando i diversi fattori di rischio, i ricercatori hanno determinato la percentuale di ictus che sarebbero evitati se ciascuno di essi fosse eliminato. Il numero di ictus sarebbe praticamente dimezzato (48%) eliminando l'ipertensione; l'attività fisica potrebbe evitare più di un terzo dei casi (36%) mentre quasi un quinto sarebbe prevenuto con un dieta migliore (19%). La percentuale di ictus potrebbe essere ridotta del 12% eliminando il fumo, del 9% agendo sulle cause cardiache, del 4% prevenendo il diabete, del 6% agendo sul consumo di alcol, del 6% eliminando lo stress, e del 27% limitando i lipidi.

"Questo studio ha le dimensioni e la portata per esplorare i fattori di rischio dell'ictus in tutte le principali regioni del mondo e all'interno delle popolazioni chiave", ha dichiarato O'Donnell, professore di medicina traslazionale. "Abbiamo confermato i dieci fattori di rischio modificabili associati con il 90% dei casi di ictus in tutte le regioni e in tutte le fasce di età. L'ipertensione è il più importante fattore di rischio modificabile in tutte le regioni, e l'obiettivo chiave nel ridurre il peso dell'ictus a livello globale".

Molti di questi fattori di rischio sono noti per essere associati tra loro (come l'obesità e diabete), e quando sono stati combinati insieme, il totale per tutti e 10 i fattori di rischio era del 91%. Tuttavia, l'importanza di alcuni fattori di rischio sembrava variare da una regione all'altra. Per esempio, l'importanza dell'ipertensione variava dal 40% in Europa occidentale, Nord America e Australia al 60% nel Sud-Est asiatico. Il rischio legato all'alcol era più basso in Europa occidentale, Nord America e Australia, ma più alto in Africa e Asia meridionale, mentre l'impatto potenziale dell'inattività fisica è risultato più alto in Cina.

"I nostri risultati serviranno per mettere a punto interventi globali a livello di popolazione per ridurre l'ictus, e per capire come tali programmi possono essere progettati su misura per le singole regioni", dichiarano gli autori. "Ciò include una migliore educazione sanitaria, cibo sano più accessibile, lotta al tabacco e farmaci meno cari per l'ipertensione e la dislipidemia. Ora è il momento per i governi, le organizzazioni sanitarie e gli individui di ridurre in modo proattivo l'onere globale dell'ictus. I governi di tutti i paesi dovrebbero sviluppare e implementare un piano d'azione di emergenza per la prevenzione primaria dell'ictus", concludono gli esperti.

Dr Martin J O'Donnell et al., Global and regional effects of potentially modifiable risk factors associated with acute stroke in 32 countries (INTERSTROKE): a case-control study. The Lancet: July 15, 2016
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