9 centri di eccellenza collegati con le altre strutture sanitarie della regione in una logica “hub & spoke”,  nei quali siano concentrate tutte le possibilità e opzioni di approccio terapeutico, oltre alle eccellenze cliniche e tecnologiche. Questa è la soluzione organizzativa ideale che sarebbe auspicabile adottasse anche la regione Lombardia per portare ai più alti livelli degli standard internazionali il contrasto all’ictus cerebrale.

Una proposta emersa nel corso di un convegno promosso oggi a Milano dall’Associazione di Iniziativa Parlamentare e Legislativa per la Salute e la Prevenzione e dall’Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale (ALICe), sul tema “ Ictus Ischemico: quanto costa non agire”.

Oggi, per l’ictus cerebrale, esistono nuove e più efficaci terapie ma, in Italia, solo l’1,8 per cento dei pazienti può accedere alle cure ottimali, mentre nelle migliori pratiche internazionali la percentuale arriva al 25 per cento. In Italia si verificano circa 200.000 nuovi casi di ictus ogni anno e i decessi interessano il 10/12 per cento dei casi, mentre il 37 per cento sopravvive con deficit invalidanti e solo il 25 per cento torna alla normalità. Ragione di questi dati negativi è da attribuirsi prevalentemente a carenze organizzative e all’assenza di una governance ottimale di questa problematica sanitaria.

«Riconoscere subito i sintomi dell’ictus nel paziente, la possibilità di trasportarlo rapidamente presso una struttura idonea e adeguatamente dotata sul piano clinico e tecnologico – ha dichiarato l’Ing. Paolo Binelli, presidente dell’Associazione ALICe – sono i presupposti dei positivi esiti terapeutici oggi ancora non soddisfacenti e, in questo senso, molto di più si deve fare sul piano della formazione e della diffusione della conoscenza».

Tutti gli intervenuti hanno convenuto che l’ambito sanitario dell’ictus, per essere perfettamente funzionale, deve soddisfare una serie di presupposti a regime:
- una copertura omogenea del territorio con stroke unit in numero adeguato (un centro hub ogni milione di abitanti);
-  la disponibilità di percorsi predefiniti e organizzati nelle strutture di diagnosi e terapia;
- un sistema efficiente di trasferimenti da stroke unit “spoke” periferiche a quelle centrali “hub”, nelle quali deve concentrarsi il meglio dell’eccellenza clinica e tecnologica;
- un più diffuso ricorso alla trombolisi e, quando le evidenze lo suggeriscano, al trattamento endovascolare meccanico.

Nella regione Lombardia, secondo i dati del Ministero della Salute, nel 2013 sono stati ricoverati per ictus 14.272 pazienti, dei quali solo il 30 per cento è giunto in ospedale nei tempi considerati ottimali per intervenire efficacemente con le terapie.

In proposito, va detto che non sempre il trattamento farmacologico per lo scioglimento del trombo causa dell’ictus rappresenta l’opzione perseguibile: a causa delle sue dimensioni, o per il fatto che l’accesso del paziente alle cure avviene quando la finestra temporale delle 4,5 ore – quella considerata indispensabile per intervenire efficacemente – è stata superata.

Spesso può essere necessario ricorrere alla trombectomia (la rimozione fisica del trombo) mediante uno stentriever, uno strumento che, inserito dalle arterie, è in grado di intrappolare e rimuovere l’ostacolo al flusso sanguigno, ripristinando la pervietà del vaso occluso.

Non sempre infatti la trombolisi sistemica può essere la soluzione ottimale per la rimozione dell’ictus. Questo perché pochi pazienti arrivano entro le 4,5 ore dall’insorgenza dei sintomi; molti pazienti sono controindicati al trattamento endovenoso trombolitico; se il trombo è di grosse dimensioni questo trattamento può essere meno efficace.

L’opzione, in questi casi, può essere la trombectomia meccanica che prevede l’utilizzo di dispositivi per frammentare/rimuovere il trombo dal vaso colpito, ripristinando il flusso sanguigno e la perfusione.