Secondo i risultati di uno studio statunitense - pubblicato online su Movement Disorders - la rivastigmina, in pazienti affetti da malattia di Parkinson (PD) con lieve deficit cognitivo (MCI), ha dimostrato di avere un trend al miglioramento in termini di valutazione globale delle funzioni cognitive, stato di salute correlato alla malattia, gravità dell'ansia e di determinare un significativo miglioramento su una misura delle capacità cognitive basata sulle performance.

«Il MCI nel PD (PD-MCI) può essere associato con una sottile compromissione funzionale e una peggiore qualità della vita» ricordano gli autori, coordinati da Daniel Weintraub, del Parkinson's Disease and Mental Illness Research, Education and Clinical Centers, Philadelphia Veterans Affairs Medical Center, Philadelphia. «Il PD-MCI, in effetti, è uno dei fattori che maggiormente contribuiscono a scarse prestazioni e aumentato carico per il caregiver».


«Pertanto» proseguono «gli interventi per la diminuzione cognitiva dovrebbero idealmente essere effettuati allo stadio di PD-MCI. In più, se un trattamento può ritardare la conversione da PD-MCI a demenza in PD (PDD), il numero complessivo di casi di PDD e i costi per la società verrebbero ridotti in modo significativo, come è stato riportato nel caso della malattia di Alzheimer (AD)».

La rivastigmina, inibitore della colinesterasi, si è dimostrata efficace nel trattamento della PDD e la FDA la ha approvata per questa indicazione (sia in formulazione orale che per cerotto transdermico). «Il fatto che i deficit colinergici siano maggiori nel PDD che in AD e che perfino i pazienti PD non dementi abbiano marcati deficit colinergici simili a quelli visti nell'AD, suggerisce che gli inibitori della colinesterasi possano essere efficaci nel trattamento di PD-MCI» sottolineano Weintraub e collaboratori.

«L'obiettivo di questo studio è stato quello di determinare l'efficacia e la tollerabilità di rivastigmina in PD-MCI» affermano gli autori. «I pazienti affetti da PD-MCI (n = 28) sono stati arruolati in uno studio monocentrico di 24 settimane, randomizzato, in doppio cieco, incrociato, controllato con placebo, facendo uso del cerotto transdermico di rivastigmina». La misura di outcome primario era l'Alzheimer's Disease Cooperative Study-Clinical Global Impression of Change (ADCS-CGIC). Gli outcome secondari comprendevano il Montreal Cognitive Assessment (Moca), il Dementia Rating Scale-2 (DRS-2), la batteria cognitiva computerizzata Neurotrax, l'Everyday Cognition Battery (ECB) e il Parkinson's Disease Questionnaire (PDQ-8).

Ventisei partecipanti (92,9%) hanno completato entrambe le valutazioni in fase di studio, e 23 (82,1%) hanno completato entrambe le fasi di studio con il farmaco. Il tasso di risposta CGIC ha dimostrato un trend favorevole alla rivastigmina (coefficiente di regressione = 0,44; p = 0,096). Riguardo agli esiti secondari, si è visto un significativo effetto della rivastigmina sull'ECB (coefficiente di regressione = -2,41; p = 0,03), ma non si è riscontrato alcun effetto del trattamento su qualsiasi misura cognitiva. Effetti tendenti in favore di rivastigmina sono stati anche rilevati al PDQ-8 (coefficiente di regressione = 4,55; p = 0,09) e allo State Anxiety Inventory (coefficiente di regressione = -1,24; p = 0,08).

«Nei pazienti PD con MCI» ricapitolano i ricercatori «il trattamento con rivastigmina non si è associato a un miglioramento della misura dell'outcome primario, l'impressione globale di miglioramento, ma ha dimostrato un trend di miglioramento a una valutazione clinica delle funzioni cognitive e un miglioramento statisticamente significativo a una misura di funzionamento cognitivo basata sulle performance. Trend positivi per rivastigmina si sono riscontrati anche su misure relative allo stato di salute e all'ansia».

Circa le possibili spiegazioni per i risultati non positivi rilevati nello studio, gli autori avanzano alcune supposizioni: rivastigmina non migliorerebbe le funzioni cognitive nel PD allo stadio di MCI, molti casi di PD-MCI hanno un substrato neurologico correlato a deficit dopaminergici su cui gli inibitori della colinesterasi potrebbero non essere efficaci, vi erano limiti metodologici dello studio che possono avere impedito di riconoscere effetti statisticamente significativi del trattamento, infine al tempo dello studio erano disponibili solo patch di rivastigmina a un dosaggio minore (9,5 mg/24 h) rispetto a cerotti successivi approvati dall'FDA per il trattamento della demenza nell'AD e nel PD, dimostratisi più efficaci (13,3 mg/24 h).

«In ogni caso» concludono gli autori «i risultai qui riportati supportano la necessità di ulteriori studi sugli inibitori della colinesterasi nel trattamento del PD-MCI. Poiché gli effetti del trattamento possono essere lievi e difficili da rilevare rispetto ai pazienti con demenza, occorrerà prestare particolare attenzione alle dimensioni del campione, ai differenti tipi di misure di outcome e ai test cognitivi ottimali da utilizzare».

A.Z.
Mamikonyan E, Xie SX, Melvin E, Wintraub D. Rivastigmine for mild cognitive impairment in Parkinson disease: A placebo-controlled study. Mov Disord, 2015 Apr 25. [Epub ahead of print]
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