OPERA I e OPERA II, analisi per sottogruppi: benefici confermati per ocrelizumab nella SM recidivante

In precedenza sono state riportate l'efficacia e la sicurezza di ocrelizumab (anticorpo monoclonale umanizzato selettivo per le cellule B CD20+), rispetto all'interferone (IFN) β-1a, per il trattamento della sclerosi multipla recidivante (RMS) dagli studi di fase III OPERA I e OPERA II, caratterizzati dallo stesso disegno. ╚ ora presentata, sul "Journal of Neurology", un'analisi per sottogruppi di endpoint di efficacia dalle popolazioni raggruppate OPERA I e OPERA II che conferma i benefici osservati.

In precedenza sono state riportate l'efficacia e la sicurezza di ocrelizumab (anticorpo monoclonale umanizzato selettivo per le cellule B CD20+), rispetto all'interferone (IFN) β-1a, per il trattamento della sclerosi multipla recidivante (RMS) dagli studi di fase III OPERA I e OPERA II, caratterizzati dallo stesso disegno. È ora presentata, sul “Journal of Neurology”, un’analisi per sottogruppi di endpoint di efficacia dalle popolazioni raggruppate OPERA I e OPERA II che conferma i benefici osservati.

Le analisi attuali, specificano gli autori guidati da Benjamin Turner, del Royal London Hospital di Londra (UK), sono state intraprese per:
  • capire se gli effetti del trattamento di ocrelizumab sono coerenti in sottogruppi di pazienti con caratteristiche basali diverse;
  • descrivere l'efficacia di ocrelizumab nei sottogruppi di pazienti in relazione alla disabilità e all'attività clinica e di malattia alla RMN;
  • descrivere l'efficacia di ocrelizumab sia in pazienti naïve al trattamento sia in quelli precedentemente trattati con terapia modificante la malattia (DMT).
I risultati originari dei due studi raggruppati
Nei trial OPERA I e OPERA II, ricordano gli autori, «i pazienti con RMS sono stati randomizzati a 600 mg di ocrelizumab somministrati mediante infusione endovenosa ogni 24 settimane o IFN β-1a sottocutaneo 44 μg tre volte alla settimana per tutto il periodo di trattamento di 96 settimane».

Rispetto all'IFN β-1a, il trattamento con ocrelizumab aveva prodotto un tasso annualizzato di recidiva (ARR) inferiore del 47% (endpoint primario, p <0,001) nell'analisi della popolazione OPERA I e OPERA II intent-to-treat (ITT).

Allo stesso modo, il trattamento con ocrelizumab è stato associato a tassi relativamente più bassi di progressione della disabilità confermati a 12 settimane (12 W-CDP, 40%) e a 24 settimane (24 W-CDP, 40%) nell'analisi raggruppata prespecificata di entrambi gli studi.

«Questi dati» ricordano Turner e colleghi «sono stati ulteriormente supportati da una soppressione significativamente maggiore dello sviluppo di nuove aree di infiammazione (valutata mediante RMN cerebrale con l'uso di enhancement del gadolinio) e formazione di placche nuove o nuovamente allargate (misurate dalle lesioni su RMN in T2)».

Beneficio significativo mantenuto nella maggior parte dei casi per tutti gli endpoint
Nella presente analisi, spiegano gli autori, «gli outcome relativi a recidive, disabilità e risonanza magnetica (RMN) sono stati analizzati per sottogruppi predefiniti e post hoc sulla base delle caratteristiche demografiche e di malattia insieme al trattamento precedente utilizzando appropriati test statistici per determinare l'effetto del trattamento nei sottogruppi e nelle interazioni da trattamento per sottogruppo» proseguono.

Questo il risultato, in sintesi. «Il beneficio significativo del trattamento con ocrelizumab, rispetto a quello con IFN β-1a, osservato nelle popolazioni complessive di OPERA I e OPERA II è stato mantenuto per la maggior parte degli strati dei sottogruppi per tutti gli endpoint, compresa la frequenza annualizzata delle recidive, la progressione della disabilità e gli output MRI» scrivono gli autori.

In particolare, sottolineano, «il beneficio del trattamento derivante da ocrelizumab, rispetto a quello da IFN β-1a, era comparabile per i vari endpoint in pazienti con malattia attiva o altamente attiva che erano stati pre-trattati con DMT, mentre un precedente trattamento di per sé non ha avuto impatto sull'entità dell'effetto benefico da ocrelizumab».

In conclusione, riportano, «l'effetto del trattamento di ocrelizumab rispetto a IFN β-1a, misurato da outcome clinici e MRI, è stato mantenuto nella maggior parte dei sottogruppi e strati di interesse, e il pattern di beneficio del trattamento in tutti i sottogruppi è risultato coerente con quello degli studi OPERA messi in comune. I risultati mostrano che i pazienti con RMS con una vasta gamma di caratteristiche demografiche e cliniche traggono beneficio più dal trattamento con ocrelizumab che da IFN β-1a».

Giorgio Ottone

Turner B, Cree BAC, Kappos L, et al. Ocrelizumab efficacy in subgroups of patients with relapsing multiple sclerosis. J Neurol. 2019 May;266(5):1182-1193. doi: 10.1007/s00415-019-09248-6.
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