Parkinson, l'intestino come nuovo bersaglio della terapia?

Sta crescendo l'evidenza che la malattia di Parkinson possa avere origine a livello intestinale. Nei prossimi anni la ricerca potrebbe migliorare la comprensione di questa correlazione e portare a nuove terapie mirate che potrebbero migliorare la diagnosi precoce e il trattamento di questa grave patologia. ╚ quanto emerge da un articolo appena pubblicato sul Journal of Parkinson's Disease.

Sta crescendo l’evidenza che la malattia di Parkinson possa avere origine a livello intestinale. Nei prossimi anni la ricerca potrebbe migliorare la comprensione di questa correlazione e portare a nuove terapie mirate che potrebbero migliorare la diagnosi precoce e il trattamento di questa grave patologia. È quanto emerge da un articolo appena pubblicato sul Journal of Parkinson's Disease.

Il Parkinson è un disturbo a lenta e costante progressione che influenza il movimento, il controllo muscolare e l'equilibrio. Negli ultimi due decenni è chiaramente emerso come la malattia sia associata a una serie di sintomi gastrointestinali derivanti da cambiamenti funzionali e strutturali nell'intestino e delle strutture neurali ad esso associate.

Molti pazienti soffrono di sintomi correlati alla funzione intestinale, come la stitichezza, che impattano sulla qualità della vita. Le evidenze accumulate suggeriscono che, perlomeno in un sottogruppo di pazienti, questi disturbi si verificano anni prima dello sviluppo dei sintomi motori e della diagnosi di Parkinson e possono quindi fornire importanti informazioni sull'origine e lo sviluppo della malattia.

«Una migliore comprensione del ruolo dell'intestino nel Parkinson ci aiuterà a capire l'origine della malattia e a migliorare i trattamenti», hanno spiegato il primo autore Filip Scheperjans e i colleghi, dell’Helsinki University Hospital in Finlandia. «Esistono evidenze che, almeno in alcuni pazienti, la malattia potrebbe avere origine a livello intestinale e potrebbe essere legata alla presenza di aggregati proteici anormali, all’infiammazione locale e al microbioma intestinale. Pertanto è importante condurre ulteriori studi sul ruolo dell'intestino nella malattia che potrebbero rivelare nuove possibilità di diagnosi e di trattamento».

Un’ipotesi da approfondire
Gli autori hanno identificato quattro questioni chiave:
  • Nel sistema nervoso viscerale dei pazienti parkinsoniani sono stati osservati depositi di alfa-sinucleina. Resta da stabilire se questi aggregati proteici sono biochimicamente simili a quelli trovati nel cervello, un fattore di importanza cruciale per comprendere meglio il ruolo dell'intestino nella patogenesi della malattia.
  • L'attivazione iniziale dell'aggregazione della alfa-sinucleina nei terminali delle fibre nervose intestinali attraverso fattori estrinseci potrebbe essere facilitata dall'iperpermeabilità intestinale. Resta da dimostrare se nella malattia di Parkinson vi sia effettivamente un’aumentata permeabilità intestinale.
  • I risultati di studi di immunoistochimica sui depositi di alfa-sinucleina nel sistema nervoso viscerale dei pazienti con Parkinson hanno fornito risultati contrastanti. È fondamentale lo sviluppo di tecniche alternative per rilevare questi aggregati proteici nell'intestino.
  • Studi trasversali su diverse popolazioni hanno evidenziato alterazioni della composizione del microbiota intestinale nel Parkinson. Sarà cruciale determinare i meccanismi alla base di questa correlazione in ampi studi multicentrici che valutino i pazienti prima e dopo la diagnosi.

Una nuova frontiera per gestire la malattia
Gli autori prevedono che verranno compiuti importanti progressi nei prossimi 20 anni per comprendere il ruolo dell’alfa-sinucleina intestinale nell'eziologia del Parkinson e per spiegare il grado di somiglianza tra i processi fisiopatologici di questa patologia e quelli delle vere malattie da prioni come la malattia Creutzfeldt-Jakob. Metodi accessibili e convenienti come i marcatori radio-opachi per valutare i tempi di transito gastrointestinale saranno usati in modo più ampio negli studi futuri.

Confidano che ci siano buone ragioni per pensare che il microbiota intestinale possa avere importanti implicazioni nel futuro panorama diagnostico e terapeutico della malattia di Parkinson e che sia possibile intervenire terapeuticamente sul microbioma attraverso molteplici approcci, come gli interventi dietetici, l’uso di probiotici e prebiotici fino al trapianto del microbiota fecale.

«La nostra comprensione dell'importanza della connessione tra Parkinson e intestino è cresciuta rapidamente negli ultimi anni e siamo fiduciosi che nel prossimo ventennio la ricerca sull’asse microbioma-intestino-cervello vedrà uno sviluppo ancora più accelerato, tale da rimodellare quanto sappiamo sulla patogenesi di questo grave disturbo», ha concluso Scheperjans.

«L'intestino è emerso come una delle nuove frontiere della ricerca nel Parkinson», ha commentato William Langston, redattore capo del Journal of Parkinson's Disease. «Prevediamo che ci saranno molti progressi nel prossimo futuro. I cambiamenti che avvengono nell'intestino potrebbero essere utilizzati per effettuare una diagnosi precoce, per sviluppare nuove terapie mirate che potrebbero rallentare la progressione della malattia, ridurre la stitichezza e migliorare la funzione intestinale nei pazienti che hanno già ricevuto una diagnosi di Parkinson».


Bibliografia

Filip Scheperjans F et al. The Gut and Parkinson’s Disease: Hype or Hope? Journal of Parkinson's Disease, 2018; 8 (s1): S31.

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