SM, l'efficacia rapida e duratura di ocrelizumab favorisce lo switch da altri trattamenti senza rebound

Nei pazienti con sclerosi multipla recidivante-remittente (RRMS) trattati con ocrelizumab, l'inizio dell'efficacia dell'anticorpo monoclonale umanizzato è piuttosto rapido e i benefici sono di lunga durata - anche per quelli che effettuano uno switch da altri trattamenti. Lo suggeriscono nuovi risultati dai trial OPERA di fase 3, presentati a Boston durante l'American Academy of Neurology 2017 Annual Meeting (AAN).

Nei pazienti con sclerosi multipla recidivante-remittente (RRMS) trattati con ocrelizumab, l’inizio dell’efficacia dell’anticorpo monoclonale umanizzato è piuttosto rapido e i benefici sono di lunga durata - anche per quelli che effettuano uno switch da altri trattamenti. Lo suggeriscono nuovi risultati dai trial OPERA di fase 3, presentati a Boston durante l’American Academy of Neurology 2017 Annual Meeting (AAN).

Due presentazioni, una "pooled analysis" e i dati preliminari di un’estensione in aperto
Nell'ambito di un’analisi raggruppata con endpoint costituito dalle recidive, effettuata sulle coorti degli studi OPERA 1 e OPERA 2, i pazienti che erano stati randomizzati a ricevere 600 mg di ocrelizumab per via endovenosa (IV) hanno evidenziato un tasso annualizzato di recidiva (ARR) significativamente ridotto a 96 settimane rispetto a coloro che avevano ricevuto dosi da 44 mcg di interferone beta-1a (IFNbeta-1a) tre volte alla settimana.

«L'inizio dell'efficacia della terapia è iniziata entro le prime 8 settimane di trattamento, con una riduzione significativa del tasso di recidiva del 54,9%» ha spiegato l’autore principale, Stephen L. Hauser, direttore del Dipartimento di Neurologia dell'Università della California a San Francisco (UCSF) e direttore dell'Istituto UCSF Weill per le Neuroscienze.

Durante la stessa sessione, Robert T. Naismith, della Washington University a St. Louis (Missouri), ha presentato i risultati preliminari, relativi al termine del primo anno, di una fase di estensione in aperto (OLE) per i partecipanti riuniti dei trial OPERA.

Come previsto, i pazienti che hanno proseguito l’uso di ocrelizumab hanno continuato a trarre benefici, ma così pure anche quelli che avevano effettuato uno switch dal loro trattamento assegnato all’origine con IFNbeta-1a – hanno evidenziato riduzioni nell’ARR e nelle lesioni alla risonanza magnetica (RM) in T1 e T2.

«Quello che appare notevole in entrambe le presentazioni è che ora capiamo che l'efficacia determinata dall'esperienza del paziente inizia molto presto e che anche i dati di estensione in aperto sono molto incoraggianti» ha commentato Hauser. «Gli effetti piuttosto drammatici di ocrelizumab sui marcatori dell'attività della recidiva di malattia, sia clinici che alla RM, continuano a essere presenti e sono piuttosto persistenti».

Le coorti raggruppate di OPERA I e OPERA II
Nel mese di marzo, l'US Food and Drug Administration (FDA) ha approvato ocrelizumab per il trattamento di RRMS basandosi sui risultati di efficacia e sicurezza dei due trial OPERA (OPERA I e OPERA II) oltre che per la MS primariamente progressiva nell’adulto (basandosi sul trial di fase 3 ORATORIO). I risultati principali di tutti e tre gli studi sono stati pubblicati nel dicembre 2016 nel New England Journal of Medicine.

L'endpoint primario degli studi OPERA, che comprendevano ognuno circa 800 pazienti con RRMS, è stata la riduzione dell'ARR. Quelli in OPERA 1 che hanno ricevuto ocrelizumab IV per 96 settimane hanno avuto un ARR inferiore del 46% rispetto ai pazienti che hanno ricevuto IFN?-1a sottocutaneo.

In OPERA 2, il gruppo di trattamento in studio ha avuto un ARR inferiore del 47% rispetto al gruppo IFNbeta-1a. Il tasso è risultato ridotto del 46,5% nel gruppo ocrelizumab a studi raggruppati a 96 settimane di trattamento rispetto al gruppo IFNbeta-1a raggruppato (P <.001).

Inoltre, «il trattamento in studio ha ridotto in modo significativo notevolmente l'ARR entro 8 settimane e ha continuato fino alle settimane 12, 24 e 48» ha specificato Hauser. Ocrelizumab ha anche ridotto significativamente la probabilità di prima recidiva definita dal protocollo rispetto a IFNbeta-1a per 8 settimane (P = 0,1) e in tutti gli altri periodi di tempo misurati, ha proseguito.

Ciò comprendeva riduzioni significative a 16 settimane (P = 0,001) e 24 settimane (P = 0,002), nonché a 48, 72 e 96 settimane (tutti P inferiore a 0,001). Inoltre, è stato osservato un effetto del trattamento sui conteggi delle cellule B, «che sono stati ridotti a livelli trascurabili entro due settimane», con una rapida insorgenza di effetto sulla RM cerebrale».

Nel complesso, ha sostenuto Hauser, «la rapida insorgenza di effetto da parte di ocrelizumab ha implicazioni per i pazienti che effettuano uno switch da altre terapie. Sappiamo infatti che la continuazione di alcune terapie può essere occasionalmente associata alla gravità del rebound della malattia. Per questo è utile avere un trattamento che potenzialmente impedisca il rebound quando lo switch è in corso» ha chiarito Hauser.

Risultati al termine del primo dei cinque anni della fase OLE in aperto
Dopo la conclusione della fase randomizzata dei trial OPERA, tutti i partecipanti sono stati invitati ad entrare nella fase OLE, che dovrebbe durare circa 5 anni. Di quelli del gruppo riunito che ricevevano originariamente ocrelizumab, il 93,6% ha continuato il trattamento per almeno 48 settimane aggiuntive, così come il 93,7% di coloro che avevano ricevuto inizialmente l’IFNbeta-1a.

I risultati preliminari per questa popolazione di pazienti hanno mostrato che gli switchers da IFNbeta-1a «hanno sperimentato risultati ARR coerenti con quelli dei pazienti che hanno ricevuto continuativamente ocrelizumab» scrivono i ricercatori.

Al secondo anno dello studio originale, i ‘continuatori’ di ocrelizumab avevano un ARR non aggiustato di 0,128, che è diminuito a 0,106 alla fine dell'anno 1 di OLE. Per gli switchers IFNbeta-1a, gli ARR erano rispettivamente 0,212 e 0,100. Tra questi ultimi si è rilevata anche una riduzione delle lesioni T1 gadolinio-captanti (numero medio per scansione RM: da 0,48 a 0,01) e di nuove/ingrandite lesioni T2 (da 2,17 a 0,37).

I continuatori hanno avuto un numero medio di lesioni T1 e T2 per scansione RM pari, rispettivamente, a 0 e 0,09, rispettivamente, alla fine dell'anno 1 di OLE, «dimostrando il beneficio sostenuto del trattamento con ocrelizumab» ha ribadito Naismith, il quale ha ricordato che «i dati aggiuntivi della fase open-label OPERA 1 e OPERA 2 sono prossimi, inclusi i parametri di progressione della malattia». Nel complesso, i dati presentati sono stati definiti “molto incoraggianti”.

A.Z.

Bibliografia:
American Academy of Neurology 2017 Annual Meeting (AAN). Abstracts S31.002, S31.004.