SM secondariamente progressiva, rituximab opzione in evidenza nel frenare la disabilità

La progressione della disabilità tra i pazienti con sclerosi multipla secondaria progressiva (SPMS) trattati con l'anticorpo monoclonale anti-CD20 rituximab differisce da quella dei pazienti mai trattati con questo farmaco? È la domanda chiave al quale ha cercato di rispondere uno studio di coorte su pazienti abbinati per punteggio di propensione pubblicato online su "JAMA Neurology". La risposta offerta dagli autori è che, rispetto a controlli abbinati, i pazienti trattati con rituximab hanno ottenuto un significativo ritardo di progressione confermata fino a un follow-up di 10 anni.

La progressione della disabilità tra i pazienti con sclerosi multipla secondaria progressiva (SPMS) trattati con l’anticorpo monoclonale anti-CD20 rituximab differisce da quella dei pazienti mai trattati con questo farmaco? È la domanda chiave al quale ha cercato di rispondere uno studio di coorte su pazienti abbinati per punteggio di propensione pubblicato online su “JAMA Neurology”. La risposta offerta dagli autori è che, rispetto a controlli abbinati, i pazienti trattati con rituximab hanno ottenuto un significativo ritardo di progressione confermata fino a un follow-up di 10 anni.

L’importanza di questa ricerca, sottolineano gli autori, guidati da Yvonne Naegelin della Clinica Neurologica dell’Ospedale Universitario di Basilea, risiede nel fatto che le opzioni terapeutiche per i pazienti SPMS sono limitate.

L’obiettivo dei ricercatori, come accennato, è stato quello di analizzare la progressione della disabilità nei pazienti con SPMS trattati con rituximab rispetto ai pazienti controllo mai trattati con rituximab.

Il disegno dello studio
«Questo studio di coorte retrospettivo ha analizzato i dati ottenuti da pazienti con SPMS presso 3 centri di sclerosi multipla situati a Basilea e Lugano, in Svizzera, e ad Amsterdam, in Olanda, dal 2004 al 2017» spiegano Naegelin e colleghi.

«I pazienti sono stati inclusi per l'analisi se avevano ricevuto una diagnosi di SPMS, sono erano stati trattati (57 eleggibili, 54 inclusi) o non erano mai stati trattati (504 eleggibili, 59 inclusi) con rituximab, e avevano avuto almeno una visita di follow-up» proseguono.

Le variabili utilizzate per la corrispondenza del punteggio di propensione erano il sesso, l'età, il punteggio EDSS (Expanded Disability Status Scale) - punteggio della scala di stato di invalidità - e la durata della malattia.

La durata del follow-up era fino a 10 anni, con una media (DS) di 3,5 (2,6) anni per i pazienti trattati con rituximab e 5,4 (2,4) anni per i controlli nella coorte totale e una media (DS) di 3,5 (2,7) anni per i pazienti trattati con rituximab e 4,8 (2,2) anni per i controlli nella coorte abbinata.

È stato quindi effettuato un confronto della progressione del punteggio EDSS nei pazienti con SPMS trattati con rituximab vs quelli non trattati con rituximab utilizzando la corrispondenza del punteggio di propensione.

«L'endpoint primario era la progressione del punteggio EDSS dopo il basale e l'endpoint secondario era il tempo alla progressione confermata della disabilità» affermano gli autori.

Risultati positivi con la deplezione delle cellule B
Dopo l'abbinamento del punteggio di propensione in proporzione 1: 1, 44 coppie corrispondenti (88 pazienti) sono state incluse nell'analisi.

Al basale, i pazienti trattati con rituximab avevano un'età media (SD) di 49,7 (10,0) anni, una durata della malattia media (DS) di 18,2 (9,4) anni e un punteggio EDSS medio (SD) di 5,9 (1,4) e 26 (59%) erano donne, mentre i controlli avevano un'età media (SD) di 51,3 (7,4) anni, una durata della malattia media (DS) di 19,4 (8,7) anni e un punteggio EDSS medio (SD) di 5,70 (1,29) e 27 (61%) erano donne.

Nell'analisi aggiustata per covariate del set abbinato, riportano i ricercatori, i pazienti con SPMS trattati con rituximab avevano un punteggio EDSS significativamente più basso durante un follow-up medio (DS) di 3,5 (2,7) anni (differenza media -0,52, IC al 95% da -0,79 a -0,26; P <0,001).

Anche il tempo alla conferma della progressione della disabilità è stato significativamente ritardato nel gruppo trattato con rituximab (hazard ratio, 0,49, IC al 95% 0,26-0,93, P = 0,03), aggiungono. Inoltre, specificano, non sono state identificate associazioni tra progressione confermata e caratteristiche individuali basali del paziente.

«In questo studio, i pazienti con SPMS trattati con rituximab hanno avuto un punteggio EDSS significativamente inferiore per un follow-up fino a 10 anni e una progressione confermata significativamente ritardata rispetto ai controlli corrispondenti, suggerendo che la deplezione delle cellule B da parte del rituximab potrebbe essere terapeuticamente benefica in questi pazienti» concludono Naegelin e colleghi.

«È comunque necessario uno studio clinico prospettico randomizzato con un livello di evidenza migliore per confermare l'efficacia di rituximab in tali pazienti» precisano.

Giorgio Ottone

Naegelin Y, Naegelin P, von Felten S, et al.Association of Rituximab Treatment With Disability Progression Among Patients With Secondary Progressive Multiple Sclerosis. JAMA Neurol, 2019 Jan 7. doi: 10.1001/jamaneurol.2018.4239. [Epub ahead of print]
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