Alzheimer, l'ormonoterapia post-menopausale non aumenta i rischi (ma non è protettiva)

La terapia ormonale in post-menopausa (HT) sembra non essere motivo di rischio rispetto allo sviluppo di malattia di Alzheimer (AD) ma nemmeno di svolgere in tal senso un effetto neuroprotettivo. Lo suggerisce una nuova ricerca pubblicata online su "Neurology".

La terapia ormonale in post-menopausa (HT) sembra non essere motivo di rischio rispetto allo sviluppo di malattia di Alzheimer (AD) ma nemmeno di svolgere in tal senso un effetto neuroprotettivo. Lo suggerisce una nuova ricerca pubblicata online su “Neurology”.

Tutto origina dall’elaborazione di dati racconti per vent’anni dati ventennale in oltre 8.000 donne che hanno partecipato a uno studio finlandese sull'osteoporosi: non è così emerso alcun legame significativo legame tra l'assunzione estrogeni in post-menopausa e un aumento o una diminuzione del rischio per AD. Nonostante il rischio di AD sia risultato ridotto in un sottogruppo che ha riferito di avere fatto uso di HT per più di 10 anni, questa associazione non è apparsa significativa nei dati del registro.

In altre parole, lo studio «non ha fornito una forte evidenza che l'assunzione di terapia ormonale sia in grado di proteggere le donne dall’AD» ha sintetizzato l’autore principale, Bushra Imtiaz, del Dipartimento di Neurologia dell'Università della Finlandia orientale a Kuopio. «L’HT può essere prescritta per una durata più breve nelle donne che ne hanno effettivamente bisogno per ridurre i sintomi della menopausa, ma non dovrebbe essere prescritta solo per la prevenzione della demenza o dell’AD» ha aggiunto.

In precedenza risultati contraddittori
I ricercatori del gruppo guidato da Imtiaz hanno precisato che erano stati osservati effetti neuroprotettivi degli estrogeni nell’animali da esperimento, ma i trial clinici sull’uso dell’HT in postmenopausa non hanno avuto successo». Peraltro, hanno aggiunto, «ci sono alcuni studi osservazionali che supportano l'uso dell’HT contro l’AD se iniziata intorno alla menopausa, ma non tutti. Allo stesso modo, studi basati su registro hanno dato risultati contrastanti».

Per questa ricerca, gli autori hanno cercato di indagare su questi temi in «una coorte prospettica longitudinale, tenendo al contempo presenti diversi fattori di rischio per AD correlati alle condizioni socio-economiche e allo stile di vita». Il trial basato sulla popolazione “Kuopio Osteoporosis Risk Factor” era stato avviato nel 1989. In origine ha incluso 13.100 donne di età compresa tra i 47 e i 56 anni che hanno risposto a un questionario loro spedito. L'attuale analisi ha compreso le 8.195 donne che hanno anche compilato i questionari al follow-up di 20 anni.

Un apposito registro finlandese è stato utilizzato per verificare le diagnosi AD (outcome principale) mentre la demenza è stata determinata utilizzando il registro di dimissione ospedaliera nazionale. L’uso dell’HT è stato accertato dal self-report sui questionari e dai dati del registro di prescrizione, che ha definito HT gli estrogeni, con o senza progesterone, ed escludendo i contraccettivi orali.

Non sono emerse forti associazioni
A 20 di distanza dalla rilevazione basale 227 donne avevano sviluppato un’AD (età media: 72,3 anni). Nei dati del registro (dopo correzione per molti fattori quali età, indice di massa corporea, consumo di alcol, fumo e l'attività fisica), l'uso di estrogeni dopo la menopausa non è risultato significativamente associato con il rischio di AD (hazard ratio [HR]: 0,92). Non si è rilevato neanche alcun collegamento significativo nei dati dei self-report (HR: 0,99).

«Le analisi di sensibilità con qualsiasi tipo demenza come outcome ha prodotto risultati simili» hanno scritto i ricercatori. Nelle donne che hanno autoriportato un uso di HT a lungo termine, l'HR per AD rispetto a coloro che non hanno assunto questo tipo di terapia si è attestato a un significativo 0,53 (P = 0, 02). Tuttavia, i dati di registro per un uso di 10 anni non hanno trovato una significativa riduzione del rischio di AD.

Nello studio, Imtiaz e colleghi hanno osservato che i diversi risultati potrebbero essersi verificati perché i due tipi di dati sono stati ottenuti in diversi periodi di tempo, con l'uso basato sui registri a partire dal 1995. Inoltre, i ricercatori hanno notato che il dato significativo «favorisce indirettamente l'efficacia dell’HT se iniziata nel periodo post-menopausale precoce (teoria della finestra critica)».

I limiti dello studio hanno incluso il fatto che i self-report sono spesso oggetto di bias di richiamo e che i ricercatori non hanno potuto controllare un’eventuale predisposizione genetica per AD.

«I nostri risultati sulla base di due decenni di follow-up su una vasta popolazione omogenea non hanno fornito una forte evidenza di un’associazione protettiva tra uso postmenopausale di HT, da un lato, e AD o demenza, dall’altro» concludono pertanto i ricercatori.

A.Z.

Bibliografia:
Imtiaz V, Tuppurainen M, Rikkonen T, et al. Postmenopausal hormone therapy and Alzheimer disease. A prospective cohort study. Neurology, 2017 Feb 15. [Epub ahead of print]
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