Oggi, gli americani che assumono statine sono oltre 10 volte di più rispetto a 20 anni fa. A metterlo in evidenza è un report recente del National Center for Healthcare Statistics dei CDC di Atlanta, secondo il quale il consumo di questi ipolipemizzanti, nei pazienti Usa al di sopra dei 45 anni, è passato dal 2% nel periodo 1988-1994 al 25% nel quadriennio 2005-2008. Il dato non è del tutto sorprendente ed è in linea con le recenti statistiche sulle malattie cardiovascolari.

Secondo Harlan Krumholz, dell'Università di Yale "questo risultato può spiegare in parte il notevole calo dei ricoveri per infarto o scompenso cardiaco". Inoltre, secondo Christopher Cannon, del Brigham and Women's Hospital di Boston, "l'incremento dell'uso delle statine è direttamente responsabile della riduzione della morbilità e della mortalità cardiovascolari osservata nell'ultimo decennio".

In effetti, il report mostra che in 20 anni la percentuale di soggetti adulti con livelli di colesterolo alti è scesa, passando dal 23% nel periodo 1988-1994 al 15% nel 2005-2008. Tuttavia, mentre i decessi legati a cardiopatie sono diminuiti nelle varie fasce di età, la prevalenza non è cambiata negli ultimi 10 anni. Perciò, l'impatto delle malattie cardiovascolari potrebbe essere ancora alto, anche se l'età di esordio e quella dei decessi si sono spostate significativamente in avanti.

Non tutti, però, sono d'accordo nell'attribuire il miglioramento degli outcome in ambito cardiovascolare alle sole statine. James Stein, dell'Università del Wisconsin, ha dichiarato, per esempio, che "il calo della mortalità deriva da un miglior controllo dei fattori di rischio, e in special modo dalla riduzione della pressione arteriosa, dalla rinuncia al fumo, da un miglioramento del profilo lipidico e da una cura migliore degli attacchi cardiaci". Anche l'adozione di stili di vita più sani ha sicuramente il suoi peso, secondo l'esperto.

Al momento, secondo il report, negli Usa le malattie cardiache restano al primo posto tra le cause di morte e sono responsabili del 25% dei decessi, seguiti da a ruota dai tumori, con il 23%, e poi dall'ictus (6%) e dalle malattie respiratorie croniche e le lesioni involontarie (a pari merito con il 5%).
Il documento, che traccia un quadro ad ampio raggio della salute dei cittadini americani, mostra anche che negli ultimi 20 anni l'aspettativa di vita è cresciuta ed è maggiore tra le donne bianche: 80 anni nel 2007 contro 77 nel 1980.

Punto critico rimane quello dell'obesità, ancora molto elevata, con un terzo degli adulti e un quinto dei bambini sopra i 5 anni classificati come obesi (con un BMI≥30) e due terzi degli adulti soprappeso (con BMI tra 25 e 29,9) od obesi. Tuttavia, dopo essere cresciuto negli anni '80 e negli anni '90, il problema sembra aver raggiunto un plateau nei diversi gruppi, mostrando nel 1999 un rallentamento nelle donne, nel 2000 nei bambini e nel 2005 negli uomini.

In aumento, invece, le allergie di tutti i tipi tra i bambini. La prevalenza di quelle alimentari è passata dal 3% nel biennio 1997-1999 al 5% in 2007-2009, mentre quelle cutanee sono passate dal 7% all'11% nello stesso periodo.

NCHS "Health, United States, 2010: With special feature on death and dying" CDC 2011
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