Possibile correlazione tra batteri intestinali buoni e risposta a immunoterapia

I pazienti oncologici che presentano alte concentrazioni di batteri intestinali 'buoni' sembrano avere maggiori probabilità di rispondere all'immunoterapia, una scoperta che potrebbe aprire una nuova strada per ottimizzare l'impiego degli inibitori dei checkpoint immunitari, farmaci innovativi che sono molto efficaci, ma funzionano solo in alcune persone.

I pazienti oncologici che presentano alte concentrazioni di batteri intestinali ‘buoni’ sembrano avere maggiori probabilità di rispondere all'immunoterapia, una scoperta che potrebbe aprire una nuova strada per ottimizzare l’impiego degli inibitori dei checkpoint immunitari, farmaci innovativi che sono molto efficaci, ma funzionano solo in alcune persone.

La scoperta, riportata in due pubblicazioni gemelle su Science, suggerisce che in futuro si potrebbe dire ai pazienti di potenziare la flora intestinale ‘buona’ quando assumono anticorpi monoclonali anti-PD-1 come pembrolizumab o nivolumab.

I due articoli evidenziano l'importanza del microbioma intestinale, che è stato messo in correlazione praticamente con tutto, dai disturbi intestinali alla depressione.
"Il microbioma si può modificare, non è così difficile, perciò riteniamo che questi risultati aprano nuove ed enormi opportunità " ha affermato una delle autrici dello studio, Jennifer Wargo, dell’MD Anderson Cancer Center di Houston, in Texas.

Tra le possibilità per manipolare il microbioma ci sono cambiamenti della dieta, evitare gli antibiotici, assumere probiotici orali o fare un trapianto di microbiota fecale, sia sotto forma di capsula sia di enema.

I batteri’ buoni’ sembrano aiutare i pazienti che hanno un tumore innescando le cellule del sistema immunitario e facilitando il compito dei farmaci anti-PD-1, che funzionano togliendo il blocco al sistema immunitario.

I farmaci immunoterapici stanno rivoluzionando il trattamento dei tumori, ma solo circa il 20-30% dei pazienti risponde a questo trattamento, il che spinge ricercatori e aziende farmaceutiche a trovare modi migliori per identificare coloro che possono beneficiarne.

Quest'ultimo lavoro sul microbioma nell'uomo si basa su una prima ricerca sui topi condotta nel 2015, che per prima ha trovato una connessione tra i batteri ‘buoni’ e le risposte ai farmaci immunoterapici.

Ora un team di ricercatori del Gustave Roussy Cancer Campus in Francia ha studiato più di 200 pazienti in trattamento con farmaci anti-PD-1 per un cancro ai polmoni, ai reni e alla vescica. Gli autori hanno quindi scoperto che quelli che prendevano antibiotici per via di problemi di routine come infezioni urinarie o dentali avevano prospettive di sopravvivenza peggiori.

Il gruppo di Wargo, nel frattempo, ha analizzato pazienti affetti da melanoma e ha scoperto che coloro che rispondevano all'immunoterapia avevano batteri intestinali più diversificati.

Il team texano ora progetta di effettuare uno studio clinico per testare i benefici che si possono ottenere combinando l'immunoterapia con la modulazione del microbioma nei pazienti che hanno un tumore.

Alcune biotech stanno già studiando questa correlazione tra microbioma e trattamento antitumorale. Tra queste vi è Vedanta Biosciences, una consociata di PureTech Health che sta facendo studi preclinici.

B. Routy, et al. Gut microbiome influences efficacy of PD-1–based immunotherapy against epithelial tumors. Science 2017; eaan3706; doi: 10.1126/science.aan3706.
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