Pubblicato su Science, lo studio di cellule staminali di glioma, condotto da tre ricercatori della Columbia University di New York, Antonio Iavarone, Raul Rabadan e Anna Lasorella, che ha permesso di identificare una nuova mutazione in grado di causare il glioblastoma, il più frequente e maligno tra i tumori che nascono nel cervello.

 Gaetano Finocchiaro, Serena Pellegatta e Paola Porrati della Fondazione Istituto Neurologico ‘Carlo Besta’ hanno dato un contributo importante allo studio, che si è basato su dati derivati da molti pazienti dell’Istituto.

“Un aspetto rilevante della ricerca – spiega Gaetano Finocchiaro, Direttore dell’unità di Neuro-oncologia molecolare della Fondazione Istituto Neurologico ‘Carlo Besta’ - è quello terapeutico: questi tumori possono infatti essere inibiti da alcuni farmaci sperimentali. Siamo quindi in presenza di una scoperta che ha la potenzialità di trasformarsi  in un nuovo tipo di trattamento specificamente mirato ai tumori in cui è presente la proteina di fusione derivante dalla mutazione”.

La nuova mutazione è in grado di aumentare l’instabilità del DNA genomico, alterando il numero normale di cromosomi presenti nella cellula, una caratteristica fondamentale del glioblastoma e di altri tumori. La mutazione è presente in una frazione di glioblastomi e deriva dalla fusione anomala di due geni, FGFR e TACC:  introdotta in cellule che contengano un’altra alterazione di geni importanti per controllare la proliferazione delle cellule (INK4A o p53) è in grado di creare un glioblastoma letale.

La collaborazione tra i ricercatori del Besta  e il gruppo della Columbia sta proseguendo con la caratterizzazione ulteriore di queste mutazioni  e l’identificazione di altre, nel contesto del progetto di sequenziamento del genoma di centinaia di glioblastomi e altri tumori: The Cancer Genome Atlas.        

Il glioblastoma può insorgere a tutte le età, ma in particolare tra i 50 e i 65 anni, colpisce ogni anno in Europa e negli Stati Uniti circa 3 nuovi individui su 100.000 abitanti, e la media di sopravvivenza dei pazienti è ancora bassa, malgrado l'intervento chirurgico, la radio e chemioterapia e altre terapie complementari.

Il lavoro dei ricercatori della Fondazione ‘Carlo Besta’ è stato sostenuto anche da un contributo di AIRC.