Anemia falciforme, outcome migliori con la dose appropriata di idrossiurea

Pazienti adulti con anemia trattati con le dosi raccomandate di idrossiurea hanno mostrato livelli pił alti di emoglobina fetale (HbF), minore disfunzione d'organo e un miglioramento della sopravvivenza rispetto a coloro che non hanno ricevuto le dosi raccomandate del farmaco, in uno studio retrospettivo pubblicato di recente sulla rivista PLoS One.

Pazienti adulti con anemia trattati con le dosi raccomandate di idrossiurea hanno mostrato livelli più alti di emoglobina fetale (HbF), minore disfunzione d'organo e un miglioramento della sopravvivenza rispetto a coloro che non hanno ricevuto le dosi raccomandate del farmaco, in uno studio retrospettivo pubblicato di recente sulla rivista PLoS One.

"I nostri dati suggeriscono che anche aumenti moderati, e non necessariamente un’induzione massima dell’HbF, possono migliorare la sopravvivenza nei pazienti con anemia falciforme" scrivono i ricercatori guidati da Courtney D. Fitzhugh, del National Heart, Lung, and Blood Institute di Bethesda, nel Maryland.

Nel loro studio, la Fitzhugh e i colleghi hanno analizzato i dati di 383 pazienti con anemia falciforme sottoposti tra il 2001 al 2010 a valutazioni cliniche di laboratorio ed ecocardiografiche ogni 2 anni, con un follow-up mediano di 2,6 anni (range 0,1-11,7).

Il loro obiettivo era valutare gli effetti dell’aumento dell’HbF indotto dall’idrossurea sul danno d’organo e sulla sopravvivenza, dal momento che, spiegano nell’introduzione, gli studi precedenti sul trattamento col farmaco avevano dato fino a quel momento risultati contrastanti.

Durante il  follow-up sono deceduti in totale 59 pazienti e l'età media al momento della morte era di 46 anni per gli uomini e 44,5 per le donne. I soggetti deceduti avevano livelli di HbF significativamente più bassi (P = 0,0044), meno probabilità di avere preso idrossiurea (56% contro 68%; P = 0,040) e a una percentuale minore era stata prescritta idrossiurea all'interno del range di dosaggio raccomandato (29% contro 46%; P = 0,0039).

L’assunzione di idrossiurea è risultata associata a un aumento della sopravvivenza (HR 0,58; IC al 95% 0.34-0.97; P = 0,040) e quest’effetto è apparso più pronunciato nei pazienti che erano stati trattati con la dose raccomandata di 15-35 mg/kg/die. In questi soggetti si è trovata una riduzione significativa, pari al 64%, del rischio di decesso rispetto a coloro che non erano mai stati trattati col farmaco (HR 0,36; IC al 95% 0,17-0,73, P = 0,005).

Inoltre, i soggetti con la risposta maggiore all’idrossiurea in termini di aumento dell’HbF hanno mostrato una probabilità significativamente maggiore di sopravvivenza (P = 0,0004).

Per valutare se l’aumento dell’HbF indotto dall’idrossiurea sia necessario per prevenire il danno d'organo, gli autori dello studio hanno diviso i partecipanti in quartili sulla base dei valori massimi di HbF e hanno poi confrontato i valori di laboratorio dei pazienti nel quartile più alto di HbF con quelli dei pazienti nel quartile più basso.

La fosfatasi alcalina, un marker del danno d’organo, è risultata significativamente inferiore nei pazienti del quartile più alto: 95,4 U/l contro 123,6 alla prima visita (P = 0,0065) e 96,1 U/contro 113,6 U/l (P  = 0,041) all’ultima visita.

Per gli altri marker, gli autori non hanno trovato una chiara associazione tra ottimizzazione della risposta dell’HbF e riduzione del danno d’organo.

“I nostri dati suggeriscono che i pazienti adulti dovrebbero essere trattati con la dose massima tollerata di idrossiurea, idealmente prima che si sviluppi danno d’organo” scrivono la Fitzhugh e i colleghi. Infatti, aggiungono, il danno d’organo potrebbe costringere a limitare il dosaggio e l’idrossiurea potrebbe non essere in grado di arrestare e far regredire il grave danno tissutale.

I ricercatori concludono, infine, che sono necessari nuovi studi, di tipo prospettico, per validare i loro risultati.

C.D. Fitzhugh, et al. Hydroxyurea-Increased Fetal Hemoglobin Is Associated with Less Organ Damage and Longer Survival in Adults with Sickle Cell Anemia. PLoS One. 2015; doi:10.1371/journal.pone.0141706.
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