Atezolizumab bene in fase II nel ca uroteliale avanzato

L'anticorpo monoclonale anti-PD-L1 atezolizumab ha portato a un miglioramento significativo della percentuale di risposta obiettiva rispetto ai controlli storici uno studio di fase II su pazienti con carcinoma uroteliale localmente avanzato o metastatico, precedentemente trattati con una terapia a base di platino. I risultati del trial, chiamato IMvigor 210 ,sono stati presentati al Genitourinary Cancers Symposium dell'American Society of Clinical Oncology (ASCO), terminato da poco a San Francisco

L'anticorpo monoclonale anti-PD-L1 atezolizumab ha portato a un miglioramento significativo della percentuale di risposta obiettiva rispetto ai controlli storici uno studio di fase II su pazienti con carcinoma uroteliale localmente avanzato o metastatico, precedentemente trattati con una terapia a base di platino. I risultati del trial, chiamato IMvigor 210 ,sono stati presentati al Genitourinary Cancers Symposium dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO), terminato da poco a San Francisco.

"Ogni giorno dobbiamo affrontare la sfida di trattare questi pazienti con chemioterapie che sono tossiche e non offrono alcun beneficio di sopravvivenza in questa popolazione fragile. C’è quindi un bisogno disperato di terapie efficaci e tollerabili per i pazienti con tumori uroteliali" ha detto la prima autrice dello studio, Jean Hoffman-Censits, dei Jefferson University Hospitals di Philadelphia.

Atezolizumab inibisce il legame di PD-L1 a PD-1, il che può riattivare le cellule immunitarie soppresse, ha spiegato la Hoffman-Censits, ma lascia intatte le interazioni PD-L1/PD-1, che possono preservare l'omeostasi immunitaria.

Nello studio IMvigor 210 sono stati arruolati 316 pazienti, di cui 311 poi sottoposti al trattamento in studio; di questi, al moment o del cutoff dei dati 62 erano ancora in terapia e 248 l’avevano interrotta, di cui 211 a causa della progressione della malattia, 13 a causa di eventi avversi, 9 per un ritiro dallo studio e 15 per altri motivi. La maggior parte dei partecipanti erano maschi (il 78%) e il sito del tumore primario era la vescica nel 74% dei casi. Inoltre, nella maggior parte dei casi il trattamento precedente era stato a base di cisplatino (73%), seguito dal carboplatino e da nessun altra terapia a base di platino (26%).

I pazienti sono stati stratificati in funzione dello status delle cellule immunitarie (IC) infiltranti il tumore. La percentuale di risposta obiettiva (ORR)è risultata correlata con lo status di tali cellule e nella valutazione centralizzata dello status RECIST è risultata del 15% nell’intero campione, 26% nei pazienti IC2/3, 18% nei pazienti IC1/2/3 e più bassa nei pazienti IC1 e IC0. Secondo i criteri RECIST modificati dagli sperimentatori, l’ORR è risultata del 19% nell’intero campione, 27% nei pazienti IC2/3 e 22% nei pazienti IC1/2/3.

Si sono ottenute anche alcune risposte complete, un dato che la Hoffman-Censits ha definito "sorprendente". L’11% dei pazienti IC2/3 ha avuto una risposta completa, contro il 6% di quelli IC1/2/3 e il 5% dell’intero campione. Tutti e tre i sottogruppi hanno soddisfatto l'obiettivo predefinito di un’ORR del 10%.

Anche la riduzione della massa tumorale è risultata associata con lo stato di PD-L1: infatti, la riduzione è stata del 61% nei pazienti IC2/3, 45% nei pazienti IC1 e 30% nei pazienti IC0.

La durata mediana della risposta non è stata raggiunta in nessun sottogruppo e l'84% dei pazienti stava ancora rispondendo al momento del cut-off dei dati, dopo una mediana di 11,7 mesi. La PFS mediana è stata di 4 mesi nei pazienti IC2/3, 2,2 mesi nei pazienti IC01 e 2,7 mesi nell’intero campione, mentre l’OS mediana è stata rispettivamente di 11,4 mesi, 6,7 mesi e 7,9 mesi e l’OS a 12 mesi rispettivamente del 48%, 30% e 36%.

"Considerando che le stime di OS a 12 mesi per la chemioterapia di seconda linea sono di circa il 20%, questi dati sono davvero entusiasmanti" ha detto la Hoffman-Censits.

L’oncologa ha poi riferito che atezolizumab è stato generalmente ben tollerato. Il 66% dei pazienti ha manifestato eventi avversi correlati al trattamento e l'11% un evento avverso correlato al trattamento grave; l'evento avverso più comune è stato l’affaticamento, con un’incidenza del 30%, ma solo nei 2% dei casi è stato di grado 3 o 4. Inoltre, non si è manifestata nefrotossicità.

Il 27% degli eventi avversi ha portato a una sospensione della somministrazione del farmaco e il 3% all’abbandono dello studio.

"Dato il panorama attuale delle opzioni di chemioterapia disponibili per i nostri pazienti con carcinoma uroteliale in progressione dopo la chemioterapia a base di platino ... atezolizumab ha le potenzialità per far cambiare lo standard terapeutico" ha concluso la Hoffman-Censits.

L’oncologa ha anche riferito che è già partito un trial randomizzato di fase III, lo studio IMvigor 211, in cui si confrontsno atezolizumab e la chemioterapia in pazienti con carcinoma uroteliale metastatico o localmente avanzato.

J.H. Hoffman-Censits, et al. IMvigor 210, a phase II trial of atezolizumab (MPDL3280A) in platinum-treated locally advanced or metastatic urothelial carcinoma (mUC). J Clin Oncol 34, 2016 (suppl 2S; abstr 355).
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