Uno studio retrospettivo spagnolo appena presentato alla European Lung Cancer Conference (ELCC), a Ginevra, mostra che pazienti accuratamente selezionati con tumore al polmone non a piccole cellule (Nsclc) hanno raggiunto una sopravvivenza globale mediana di 31 mesi grazie a una chemioterapia di prima linea con aggiunta di bevacizumab, seguita da un mantenimento a lungo termine con l’anticorpo.

La valutazione degli autori iberici, che ha riguardato 104 pazienti, ha mostrato una sopravvivenza globale a 2 anni del 62% e tutti i pazienti hanno mostrato una sopravvivenza libera da progressione (PFS) di almeno 9 mesi, che corrisponde a un aumento del 50% rispetto ai dati storici. Inoltre, più dell’80% ha mostrato risposte obiettive alla terapia.

Presentando i dati, Manuel Domine, della Fondazione Jimenez Diaz di Madrid, ha detto che per quanto riguarda le caratteristiche cliniche, i lungosopravviventi del loro studio non differiscono dai pazienti che si trovano nella pratica quotidiana.

L’autore ha anche detto che il mantenimento a lungo termine con bevacizumab è stato molto ben tollerato, senza effetti tossici significativi potenzialmente letali. Domine ha poi aggiunto che sebbene sia necessaria una valutazione prospettica, la sopravvivenza mediana e la sopravvivenza a 2 anni notevoli evidenziano l’importanza di selezionare regimi a base di bevacizumab e il ruolo della terapia di mantenimento con l’anticorpo.

L’esperto invitato a discutere lo studio, Robert Pirker, dell'Università di Vienna, ha riconosciuto che i risultati presentati sono superiori ai dati storici relativi ai pazienti con Nsclc avanzato, ma ha contestato la valutazione di Domine che i loro pazienti fossero rappresentativi di quelli incontrati nella pratica clinica.

Questi soggetti avevano infatti un buon performance status, una predominanza di adenocarcinoma come tipo istologico e un'alta percentuale di nonfumatori ed ex fumatori; un gruppo di questo genere, secondo Pirker, è rappresentativo solo di un sottogruppo dei pazienti che si incontrano nella pratica quotidiana.

Diversi studi hanno dimostrato che una chemioterapia abbinata a bevacizumab, seguita da un mantenimento con il solo anticorpo porta a un miglioramento degli outcome. In alcuni casi, i pazienti hanno tollerato la terapia di mantenimento a lungo termine, ma i fattori che possono guidare la selezione dei pazienti non sono stati determinati.

Gli autori dello studio presentato al congresso ginevrino hanno identificato retrospettivamente in 30 centri spagnoli pazienti con Nsclc non squamoso e una PFS superiore ai 9 mesi trattati con un regime contenente bevacizumab sia come terapia upfront sia come terapia di mantenimento. Di questi pazienti sono state analizzate le caratteristiche cliniche ed istologiche, il regime chemioterapico utilizzato, la risposta obiettiva, PFS, la sopravvivenza globale e la sicurezza e tossicità.

I 104 pazienti inclusi nell'analisi avevano un'età mediana di 57 anni e il 39% era rappresentato da donne. Tutti i pazienti tranne due avevano un performance status ECOG pari a 0/1, il 19% era fumatore, il 45% ex fumatore, il 24% era iperteso e il 9% aveva una malattia cardiovascolare.

Inoltre, l'84% dei pazienti aveva una malattia in stadio IV, la stessa percentuale non aveva più di due sedi colpite da metastasi e l'82% aveva un adenocarcinoma. Tra i 40 pazienti sottoposti all’apposito test, l’8% presentava mutazioni dell’EGFR.

Il 71% dei pazienti è andato in progressione dopo la terapia di prima linea e il 90% di essi ha completato la terapia di seconda linea. Tre quarti dei pazienti andati ancora in progressione dopo la terapia di seconda linea sono stati sottoposti a un regime di terza linea e un quarto dei pazienti trattati in seconda o terza linea hanno continuato la terapia di mantenimento con bevacizumab.

La PFS mediana è risultata di 15 mesi e il 95% era ancora vivo a un anno.

Le più frequenti tossicità di grado 1-2 associate a bevacizumab sono state epistassi (22%), ipertensione di grado 1-2 (18%), astenia di grado 1-3 (12%) e proteinuria di grado 1-3 (7%).

Domine ha detto che, per quanto ne sappiano lui e il suo gruppo, i loro dati sono i primi riportati sui lungosopravviventi con Nsclc non squamoso avanzato trattati in prima linea con una chemioterapia più bevacizumab seguita da un mantenimento a lungo termine con bevacizumab.

Pirker però ha smentito il collega, facendo notare che già diversi altri studi avevano dimostrato outcome e profili di tossicità favorevoli con l’utilizzo di bevacizumab nel Nsclc avanzato e i dati dello studio spagnolo sono in realtà coerenti con quelli dei lavori precedenti.

J. De Castro, et al. Long-term survivors with nonsquamous nonsmall-cell lung cancer treated with first-line chemotherapy plus bevacizumab and maintenance bevacizumab. ELCC 2012; Abstract 169PD.
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