Al congresso ASCO sono stati  presentati i risultati di AURELIA, uno studio di fase III che ha valutato il trattamento con bevacizumab in combinazione con chemioterapia standard in pazienti affette da carcinoma ovarico in cui la malattia è peggiorata a causa della resistenza alla chemioterapia contenente platino.

Il rischio di progressione è stato ridotto del 52% nelle donne sottoposte a trattamento con bevacizumab in aggiunta alla chemioterapia, rispetto a quelle sottoposte alla sola chemioterapia (HR = 0.48, p<0.001).

Lo studio ha raggiunto il suo endpoint primario di miglioramento significativo della sopravvivenza senza progressione della malattia (PFS, “progression free survival”, ovvero il tempo durante il quale la paziente vive senza che la sua malattia peggiori). Gli eventi avversi nello studio AURELIA sono in linea con quelli osservati in studi sperimentali precedenti condotti con bevacizumab in diversi tipi di tumore.

A dicembre 2011 bevacizumab ha ricevuto l'approvazione europea per l'utilizzo nel trattamento di prima linea del carcinoma ovarico in stadio avanzato, sulla base dei risultati degli studi GOG 0218 e ICON7. Roche comunicherà i dati dello studio AURELIA alle autorità sanitarie, con cui discuterà le fasi successive.

Lo studio AURELIA
AURELIA è uno studio multicentrico, randomizzato, in aperto, a due bracci, di fase III, condotto su 361 donne affette da carcinoma ovarico epiteliale, peritoneale primario o delle tube di Fallopio, ricorrente e resistente al platino. Le donne incluse nello studio AURELIA avevano ricevuto non più di due regimi di trattamento oncologico . Lo studio è stato disegnato per valutare bevacizumab (10mg/kg ogni due settimane oppure 15mg/kg ogni tre settimane) in combinazione con la chemioterapia standard (paclitaxel somministrato settimanalmente o topotecan o doxorubicina liposomiale peghilata) rispetto alla sola chemioterapia standard.

Lo studio è stato disegnato  in cooperazione con il gruppo GINECO (Group d'Investigateurs Nationaux pour l'Etude des Cancers Ovariens) ed è stato condotto dalla rete internazionale del GCIG (Gynecologic Cancer Intergroup) e dall’ENGOT (pan-European Network of Gynaecological Oncological Trial Groups). L’endpoint primario dello studio era la sopravvivenza senza progressione di malattia. Gli endpoint secondari dello studio includevano la sopravvivenza globale, il tasso di risposta obiettiva, la qualità della vita, la sicurezza e la tollerabilità del farmaco.

Nel trattamento del carcinoma ovarico recidivante, il tempo trascorso dalla somministrazione dell'ultima dose di chemioterapia a base di platino viene utilizzato per la scelta della chemioterapia da impiegare nella linea successiva di trattamento. Quando la malattia recidiva dopo uno-sei mesi dal termine della chemioterapia a base di platino, si parla di malattia platino resistente, invece si definisce una malattia “sensibile al platino" se peggiora più di sei mesi dopo il precedente trattamento.

Risultati dello studio AURELIA
Le pazienti con carcinoma ovarico precedentemente trattato (ricorrente) e resistente al platino sottoposte a trattamento con bevacizumab in combinazione a chemioterapia (paclitaxel settimanale, topotecan o doxorubicina liposomiale peghilata) hanno avuto una mediana di sopravvivenza senza progressione di 6.7 mesi, rispetto a 3.4 mesi delle pazienti sottoposte alla sola chemioterapia.
In queste pazienti si è osservata inoltre una percentuale significativamente superiore di riduzione del tumore (ORR “objective response rate”, ovvero tasso di risposta obiettiva) rispetto alle donne sottoposte alla sola chemioterapia (30.9 % rispetto al 12.6 %, p=0.001).

AURELIA è il quarto studio di fase III condotto con bevacizumab nel carcinoma ovarico (dopo GOG 0218, ICON7 e OCEANS) in cui si dimostra che l'aggiunta di bevacizumab alla chemioterapia aumenta significativamente il tempo vissuto dalle pazienti senza peggioramento della malattia.

Carcinoma ovarico
A livello mondiale, il carcinoma ovarico rappresenta l’ottava forma di tumore diagnosticata più frequentemente e la settima causa di mortalità per tumore tra le donne. Si stima che ogni anno il carcinoma ovarico venga diagnosticato a 230.000 donne nel mondo e che circa 140.000 donne muoiano a causa di questa malattia1. L’intervento chirurgico per la rimozione di quanta più massa tumorale possibile rappresenta un pilastro importante a livello terapeutico, ma sfortunatamente la maggior parte dei casi viene diagnosticata in fase avanzata della malattia (quando il tumore è localmente avanzato e/o diffuso) e richiede un trattamento aggiuntivo.

Il carcinoma ovarico è correlato a concentrazioni elevate del fattore di crescita endoteliale vascolare (VEGF), una proteina associata alla crescita e alla diffusione del tumore. Gli studi hanno dimostrato che esiste una correlazione tra concentrazione elevata di VEGF e sviluppo di ascite (eccesso di liquido nella cavità addominale), peggioramento della malattia e prognosi infausta in donne affette da carcinoma ovarico. Bevacizumab agisce in modo mirato sul VEGF.