Ca a cellule renali, nivolumab in seconda linea allunga la vita in alcuni pazienti

Nivolumab mostra un beneficio di sopravvivenza coerente nei diversi sottogruppi come trattamento di seconda linea per il carcinoma a cellule renali (RCC). Lo rivela un'analisi dello studio di fase III CheckMate-025 appena presentata in occasione del Genitourinary Cancers Symposium, a San Francisco.

Nivolumab mostra un beneficio di sopravvivenza coerente nei diversi sottogruppi come trattamento di seconda linea per il carcinoma a cellule renali (RCC). Lo rivela un'analisi dello studio di fase III CheckMate-025 appena presentata in occasione del Genitourinary Cancers Symposium, a San Francisco.

I sottogruppi studiati nell'analisi sono stati classificati in base allo status di rischio del paziente, al trattamento precedente e al grado di metastasi. Sulla base dei risultati di CheckMate-025, la Food and Drug Administration (Fda) ha dato il suo ok a nivolumab nel novembre 2015 anche per il trattamento del carcinoma a cellule renali metastatico dopo il fallimento di un inibitore dell'angiogenesi.

"Nivolumab è un nuovo standard di cura per i pazienti con carcinoma renale avanzato già trattati con un farmaco antiangiogenico e pensiamo che sia una buona scelta come agente di seconda linea" ha detto l’autore principale dello studio, Robert J. Motzer, del Memorial Sloan Kettering Cancer Center (MSKCC), presentando i dati al sismposio.

Lo studio, in aperto, ha coinvolto 821 pazienti affetti da carcinoma renale a cellule chiare avanzato o metastatico assegnati in parti uguali al trattamento con nivolumab o everolimus; complessivamente, 406 pazienti sono stati trattati con nivolumab 3 mg/kg somministrato per via endovenosa ogni 2 settimane e 397 con everolimus 10 mg/die per via orale.

L'età media dei partecipanti era di 62 anni; il 72% era già stato trattato con un inibitore dell'angiogenesi e il 28% ne aveva già assunti due. L'endpoint primario del trial era la sopravvivenza globale (OS), mentre tra gli endpoint secondari figuravano la percentuale di risposta obiettiva (ORR), la sopravvivenza libera da progressione (PFS) e la sicurezza. Lo studio è stato interrotto in anticipo nel luglio 2015 dopo un’analisi ad interim dell’OS pianificata in partenza, effettuata da un comitato indipendente di monitoraggio.

Stando ai dati pubblicati nel settembre scorso sul New England Journal of Medicine, dopo un follow-up minimo di 14 mesi l’OS mediana nell’intero campione è stata di 25 mesi con nivolumab contro 19,6 mesi con everolimus (HR 0,73; IC al 98,5% 0,57 -0,93; P = 0,002), mentre la PFS mediana è risultata rispettivamente di 4,6 e 4,4 mesi (HR 0,88; IC al 95% 0,75-1,03; P = 0,11).

L'ORR è risultata del 25% nel braccio trattato con nivolumab contro 5% nel braccio trattato con everolimus (P < 0,001). La durata mediana della risposta è stata di 12 mesi e al momento dell'analisi molti pazienti stavano ancora rispondendo alla terapia.

Nella'analisi primaria, l'espressione di PD-L1 non ha mostrato di avere un impatto significativo sull'efficacia di nivolumab. Tra i pazienti con espressione di PD-L1 ≥ 1%, l’OS mediana è stata di 21,8 mesi con nivolumab contro 18,8 con everolimus, mentre in quelli con espressione di PD-L1 ≤1%, l’OS mediana è stata rispettivamente di 27,4 e 21,2 mesi. Risultati simili si sono stati ottenuti quando si è utilizzata una soglia del 5% per l’espressione di PD-L1, anche se con questo criterio è risultato valutabile solo un piccolo numero di pazienti.

Gli autori hanno, inoltre, osservato un miglioramento della sopravvivenza offerto da nivolumab nei diversi gruppi di rischio. L’OS mediana per i pazienti con un punteggio di rischio favorevole secondo i criteri MSKCC non è risultata valutabile con nivolumab, mentre è risultata di 29 mesi con everolimus (HR 0,80; IC al 95% 0,52-1,21). Nei pazienti con uno score di rischio MSKCC sfavorevole, l’OS mediana è stata rispettivamente di 15,3 mesi contro 7,9 (HR 0,48; IC al 95% 0,32-0,70).

"Il beneficio relativamente elevato offerto da nivolumab nei pazienti ad alto rischio è particolarmente degno di nota" ha rimarcato Motzer.

L’oncologo ha inoltre riferito che nivolumab si è dimostrato superiore a everolimus anche indipendentemente dal numero (1 o ≥2) o dalla sede delle metastasi.

Nei pazienti con metastasi ossee, l’OS mediana è stata di 18,5 mesi con nivolumab contro 13,8 mesi con everolimus (HR, 0,72; IC al 95% 0,47-1,09), mentre in quelli con metastasi epatiche è stata rispettivamente di 18,3 mesi contro 16 (HR 0,81; IC al 95% 0,55-1,18).

L’autore ha sottolineato che il beneficio di nivolumab osservato nella popolazione con metastasi ossee è particolarmente importante, perché queste metastasi si sono dimostrate problematiche con gli inibitori delle tirosin chinasi anti-VEGF.

Motzer e i colleghi hanno poi analizzato i risultati anche in funzione dei farmaci sistemici assunti in precedenza dai pazienti, i più comuni dei quali sono risultati sunitinib e pazopanib.

Tra i pazienti trattati in precedenza con sunitinib, l'OS mediana è stata di 23,6 mesi nel braccio nivolumab contro 19,8 mesi nel braccio everolimus (HR 0,81; IC al 95% 0,64-1,04), mentre tra i pazienti che avevano assunto pazopanib, l’OS mediana non è risultata valutabile nel gruppo nivolumab ed è risultata di 17,6 mesi nel braccio everolimus (HR 0,60; IC al 95% 0,42-0,84).

Il trattamento con nivolumab ha migliorato la sopravvivenza rispetto a everolimus indipendentemente dalla durata della terapia di prima linea (
I ricercatori hanno anche confrontato l’ORR nei vari sottogruppi. "In tutti i casi che abbiamo esaminato l’ORR è risultata superiore con nivolumab rispetto a everolimus" ha dichiarato Motzer, aggiungendo che "le risposte sono state coerenti in tutti i gruppi esaminati".

“Sulla base dei benefici di sopravvivenza osservati in questo studio, del favorevole profilo di sicurezza e del miglioramento della qualità della vita rispetto a everolimus, che è sempre stato considerato un farmaco molto ben tollerato e sicuro, nivolumab dovrebbe essere considerato come un farmaco di seconda linea, dopo gli inibitori delle tirosin chinasi anti-VEGF” ha concluso Motzer.

R.J. Motzer, et al. CheckMate 025 phase III trial: Outcomes by key baseline factors and prior therapy for nivolumab (NIVO) versus everolimus (EVE) in advanced renal cell carcinoma (RCC). J Clin Oncol 34, 2016 (suppl 2S; abstr 498).

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