Ca al fegato compensato, sorafenib: motivi della sospensione utili per scelta dei pazienti da trattare in seconda linea

Nei pazienti con carcinoma epatocellulare compensati, i motivi per cui alcuni sospendono la terapia di prima linea con sorafenib potrebbero identificare prognosi differenti e aiutare nella scelta delle strategie e nella selezione dei pazienti da indirizzare alle terapie di seconda linea. ╚ questo il messaggio chiave di uno studio prospettico di autori italiani, pubblicato di recente sulla rivista Hepatology.

Nei pazienti con carcinoma epatocellulare compensati, i motivi per cui alcuni sospendono la terapia di prima linea con sorafenib potrebbero identificare prognosi differenti e aiutare nella scelta delle strategie e nella selezione dei pazienti da indirizzare alle terapie di seconda linea. È questo il messaggio chiave di uno studio prospettico di autori italiani, pubblicato di recente sulla rivista Hepatology.

"Il trattamento con sorafenib dei pazienti con carcinoma epatocellulare avanzato è ostacolato da un’interruzione anticipata del trattamento stesso a causa della progressione del tumore, di uno scompenso epatico o di effetti avversi" spiegano gli autori, coordinati da Massimo Iavarone, della prima Divisione di Gastroenterologia della Fondazione IRCCS Ca 'Granda Ospedale Maggiore Policlinico, dell’Università degli Studi di Milano.

"Sebbene la sopravvivenza post-progressione sia chiaramente determinata dal pattern di progressione del tumore, capire quali sono i fattori che determinano la prognosi nei pazienti che interrompono sorafenib per qualsiasi motivo può aiutare a migliorare la gestione del paziente e la progettazione dei trial sulle terapie di seconda linea".

Per indagare su questo aspetto, Iavarone e i colleghi hanno analizzato i dati di 260 pazienti con carcinoma epatico e cirrosi ricoverati consecutivamente in tre centri di riferimento italiani presso i quali stavano ricevendo le migliori cure di supporto a seguito della sospensione permanente di sorafenib. 

L'endpoint primario dello studio era quello di determinare la sopravvivenza del paziente dopo la sospensione permanente del farmaco.

I partecipanti avevano un’età media di 67 anni, il 60% aveva l’epatite C, l’ 83% aveva un performance status ≥1, il 41% presentava invasione macroscopica vascolare e il 38% aveva una diffusione del tumore extraepatica.

Nel complesso, la sopravvivenza post-sorafenib (PSS) mediana è stata di 4,1 mesi (95% CI, 3,3-4,9). In particolare, la PSS è stata di 4,6 mesi nei 123 pazienti con progressione del tumore, 7,3 mesi nei 77 pazienti con eventi avversi e 1,8 mesi nei 60 pazienti con scompenso epatico (P < 0,001).

L'analisi multivariata di Cox ha evidenziato come fattori predittivi indipendenti di PSS il performance status, il tempo di protrombina, la diffusione extraepatica del tumore, l'invasione macrovascolare e i motivi della sospensione.

Di tutti i pazienti studiati, 200 erano potenzialmente candidabili per una terapia di seconda linea e hanno mostrato una PSS di 5,3 mesi. Questo dipendeva dai motivi della sospensione (P = 0,004), dal PS (P <0,001), dall’invasione macrovascolare (P < 0,001) e dalle metastasi extraepatiche (P < 0,002).

I pazienti che hanno sviluppato scompenso epatico non erano idonei per la terapia di seconda linea.

Iavarone e i colleghi concludono che "l'interruzione dovuta ad eventi avversi in assenza di invasione macrovascolare, metastasi extraepatiche e PS deteriorati è predittiva della PSS migliore nei pazienti compensati, creando quindi le basi sia per una migliore consulenza al paziente sia per la migliore selezione dei pazienti per la terapia di seconda linea".

M. Iavarone, et al. Predictors of survival in patients with advanced hepatocellular carcinoma who permanently discontinued sorafenib. Hepatology. 2015; doi:10.1002/hep.27729.
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