L’inibitore delle tirosin chinasi di EGFR gefitinib non migliora la sopravvivenza complessiva (OS) nei pazienti con un tumore all’esofago che ha progredito dopo la chemioterapia di prima linea; tuttavia, offre comunque un beneficio, in quanto può migliorare in modo significativo l’odinofagia, cioè la sensazione di dolore all’atto della deglutizione. A evidenziarlo è uno studio randomizzato e controllato con placebo, di fase III, pubblicato di recente online su The Lancet Oncology.

"L'uso di gefitinib come trattamento di seconda linea nel cancro esofageo … ha benefici palliativi in un sottogruppo di questi pazienti difficili da trattare e con aspettativa di vita breve” sottolineano gli autori, coordinati da Susan Dutton dell'Università di Oxford.

"I prossimi studi dovrebbero concentrarsi sull'identificazione di biomarker predittivi per identificare questo sottogruppo di pazienti che beneficiano del trattamento" aggiungono i ricercatori.

Nell’introduzione del lavoro, la Dutton e i colleghi rilevano che l'impiego della chemioterapia di seconda linea nei pazienti con un tumore esofageo in progressione è "controverso”” e ci sono solo pochi dati sulla sua efficacia clinica in questo setting.

Anche se alcuni medici potrebbero estrapolare i dati forniti dagli studi sulla terapia di seconda linea del tumore allo stomaco, aggiunge il team, "in considerazione delle differenze cliniche e biologiche tra carcinoma gastrico e esofageo, questo approccio rischia di tradursi in un trattamento non ottimale per i pazienti con un cancro all’esofago".

Dato che la maggior parte dei tumori esofagei esprime l’EGFR e questo marker è associato a una sopravvivenza peggiore, la Dutton e il suo gruppo hanno progettato uno studio di fase III per valutare l’impiego dell’anti-EGFR gefitinib in pazienti con un cancro all’esofago in stadio avanzato, già trattati in precedenza. Hanno quindi arruolato in 48 centri del Regno Unito 450 pazienti, di cui 224 sono stati trattati con gefitinib 500 mg/die e 225 con placebo.

L’analisi dei dati non ha mostrato praticamente nessuna differenza tra i due gruppi riguardo all’OS (endpoint primario dello studio), la cui mediana è risultata di 3,73 mesi nel gruppo gefitinib e 3,67 mesi nel gruppo placebo (hazard ratio [HR] 0,90; IC al 95% 0,74-1,09; P = 0,29). Inoltre, si trovata una differenza marginale nella sopravvivenza libera da progressione (PFS), la cui mediana è risultata rispettivamente di 1,57 mesi contro 1,17 (HR 0,80; IC al 95% 0,66-0,96; P = 0,02).

Uno degli outcome riferiti dal paziente e specificati dal protocollo, l’odinofagia, ha mostrato, tuttavia, un miglioramento significativo nei pazienti trattati con gefitinib (P = 0,004).

Gli altri outcome riferiti dai pazienti (la qualità di vita complessiva, la disfagia e la capacità di alimentarsi), invece, non hanno mostrato differenze significative nei due gruppi di trattamento.

Gli eventi avversi più comuni nel gruppo gefitinib sono stati diarrea (nel 16% dei pazienti contro 3% nel gruppo placebo), tossicità cutanea (nel 21% contro 1%) entrambi per lo più di grado 2, e affaticamento (nell’11% contro 6%) di grado 3/4.

L’incidenza degli eventi avversi gravi è risultata del 49% nel gruppo gefitinib contro 45% nel gruppo placebo.

"Se non si stratificano i pazienti in base ai biomarker, gefitinib mostra benefici clinici marginali nel carcinoma esofageo avanzato, tuttavia, gli outcome riferiti dai pazienti suggeriscono una certa palliazione utile di sintomi specifici" scrivono i ricercatori.

"L’identificazione di un biomarker predittivo per identificare ogni sottogruppo di pazienti con un cancro all’esofago che risponde a gefitinib potrebbe aumentarne notevolmente l'utilità clinica e rappresenta la priorità delle ricerche in corso" aggiunge il gruppo inglese.

Hugo Ford, dell’Addenbrooke Hospital di Cambridge, scrive in un editoriale di commento che lo studio è il più ampio condotto finora sulla terapia di seconda linea del cancro all’esofago ed è anche il primo ad aver incluso nel campione un gran numero di pazienti con carcinoma a cellule squamose.

La maggior parte dei partecipanti aveva un adenocarcinoma, ma 106 avevano un carcinoma a cellule squamose. L’editorialista sottolinea che, mentre la chemioterapia seconda linea ha dimostrato di essere utile nei pazienti con adenocarcinoma esofageo, le evidenze nel carcinoma squamoso sono limitate.

"I risultati di questo studio non forniscono argomentazioni convincenti a favore dell'uso di gefitinib, a meno che i risultati dello studio TRANSCOG identifichino un possibile biomarker" aggiunge Ford. "Per i pazienti con carcinoma a cellule squamose in progressione dopo la chemioterapia di prima linea, la terapia di supporto è ancora una possibilità concreta, … e, nonostante i risultati di questo studio di qualità elevata, la terapia di supporto o il placebo restano un controllo appropriato per i prossimi trial clinici”.

S.J. Dutton, et al. Gefitinib for oesophageal cancer progressing after chemotherapy (COG): a phase 3, multicentre, double-blind, placebo-controlled randomised trial. The Lancet Oncology 2014;15(8):894-904; doi:10.1016/S1470-2045(14)70024-5.
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