Ca al polmone avanzato, benefici della combinazione con atezolizumab in prima linea confermati in diversi sottogruppi. #AACR 2018

In prima linea, l'aggiunta dell'inibitore di PD-L1 atezolizumab a bevacizumab più la chemioterapia a base di platino migliora in modo significativo la sopravvivenza libera da progressione (PFS) nei pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule metastatico, con istologia non squamosa, e l'aumento della PFS è apparso indipendente dall'espressione tumorale di PD-L1 e in sottogruppi chiave come i pazienti con alterazioni genomiche di EGFR o ALK o quelli con metastasi epatiche.

In prima linea, l'aggiunta dell’inibitore di PD-L1 atezolizumab a bevacizumab più la chemioterapia a base di platino migliora in modo significativo la sopravvivenza libera da progressione (PFS) nei pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule metastatico, con istologia non squamosa, e l’aumento della PFS è apparso indipendente dall'espressione tumorale di PD-L1 e in sottogruppi chiave come i pazienti con alterazioni genomiche di EGFR o ALK o quelli con metastasi epatiche.

È quanto emerge dai risultati dello studio di fase III IMpower150, presentati da poco a Chicago al congresso annuale della American Association for Cancer Research (AACR).

I risultati di PFS ottenuti sulla popolazione complessiva erano stati presentati pochi giorni prima anche alla European Lung Cancer Conference (ELCC), a Ginevra, e sono stati poi riproposti al congresso americano, aggiungendo i dati ottenuti nelle analisi su sottogruppi.

"Atezolizumab è un anticorpo anti-PD-L1 che blocca il legame di PD-L1 ai suoi recettori PD-1 e B7, ripristinando così l'immunità specifica del tumore" ha spiegato Mark A. Socinski, MD, direttore medico del Florida Hospital Cancer Institute, presentando i dati.

Il farmaco, ha ricordato l’oncologo, è attualmente approvato negli Stati Uniti e nell'Unione Europea per il trattamento del carcinoma polmonare non a piccole cellule avanzato, indipendentemente dall'espressione di PD-L1, come terapia di seconda linea e oltre.

Lo studio IMpower150 è un trial randomizzato ha coinvolto 1202 pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule non squamoso, in stadio IV, assegnati in rapporto 1: 1: 1 al trattamento di prima linea con atezolizumab più carboplatino e paclitaxel (braccio A), atezolizumab più bevacizumab più carboplatino e paclitaxel (braccio B) o bevacizumab più carboplatino e paclitaxel (braccio C).

Atezolizumab è stato somministrato alla dose di 1200 mg ev ogni 3 settimane e bevacizumab alla dose di 15 mg/kg; inoltre, i pazienti di ciascun braccio sono stati trattati con carboplatino e paclitaxel il giorno 1 di ciascun ciclo per 4 o 6 cicli. Il braccio A è stato poi sottoposto a una terapia di mantenimento con il solo atezolizumab, il braccio B a una terapia di mantenimento con bevacizumab più atezolizumab e il braccio C a una terapia di mantenimento con il solo bevacizumab.

Al congresso sono stati presentati i risultati di confronto fra braccio B e braccio C; quelli relativi al braccio A saranno comunicati più avanti.

Come già riportato alla ELCC, i pazienti trattati con atezolizumab più bevacizumab e la chemioterapia hanno mostrato una PFS mediana più lunga (8,3 mesi) rispetto a quelli trattati solo con bevacizumab più la chemio (6,8 mesi), differenza che si è tradotta in una riduzione del 38% del rischio di progressione o decesso (HR 0,62; IC al 95% 0,52-0,74; P < 0,0001).

A Chicago, inoltre, Socinski ha riportato i risultati di un'analisi pre-specificata del beneficio clinico in sottogruppi chiave di particolare interesse e suddivisi in base ai biomarker.

L’analisi sui sottogruppi ha mostrato che il beneficio di PFS è indipendente dallo stato di espressione di PD-L1 da parte del tumore e si ottiene anche nei pazienti con un’espressione di PD-L1 inferiore all’1% o compresa fra l’1 e il 50%; inoltre, anche i pazienti con alterazioni di EGFR o ALK hanno tratto un beneficio significativo dall'aggiunta di atezolizumab agli altri due trattamenti, così come i pazienti con metastasi epatiche, che sono associate a un ambiente tumorale immunosoppressivo e ad outcome sfavorevoli.

Nei pazienti con una bassa espressione tumorale di PD-L1, definita come un’espressione compresa tra l’1% e il 50%, la PFS mediana è risultata di 9,7 mesi con la combinazione contenente atezolizumab e 6,9 mesi con il regime di confronto (HR 0,57; IC al 95% 0,38-0,84). Il risultato è stato analogo tra i pazienti con espressione di PD-L1 del 50% o superiore: 9,1 mesi contro 6,2 mesi (HR 0,5; IC al 95% 0,33-0,77).

Nel braccio trattato con atezolizumab, la PFS è risultata simile indipendentemente dal saggio utilizzato per valutare l’espressione di PD-L1: SP142 o SP263.

Infatti, nel sottogruppo con espressione di PD-L1 almeno del 50% l’HR è risultato pari a 0,49 (IC al 95% 0,3-0,79) contro 0,5 (IC al 95% 0,33-0,77), nel sottogruppo con espressione di PD-L1 compresa tra l’1% e il 50% pari a 0,53 (IC al 95% 0,37-0,76) contro 0,57 (IC al 95% 0,38-0,84) e nel sottogruppo con espressione di PD-L1 inferiore all’1% pari a 0,77 (IC al 95% 0,57-1,04) contro 0,72 (IC al 95% 0,53-0,97).

Anche i 108 pazienti con alterazioni di EGFR o ALK hanno ottenuto un miglioramento significativo della PFS con l'aggiunta di atezolizumab: 9,7 mesi contro 6,1 mesi (HR 0,59; IC al 95% 0,37-0,94); il miglioramento è risultato ancora maggiore nei 59 portatori della delezione L858R dell'esone 19 dell’EGFR: 10,2 mesi contro 6,1 mesi (HR 0,41; IC al 95% 0,22-0,78).

Inoltre, i ricercatori hanno osservato un prolungamento significativo della PFS anche tra i pazienti con metastasi epatiche assegnati al regime contenente atezolizumab: 8,2 mesi contro 5,4 mesi (HR 0,4; IC al 95% 0,26-0.62).

"Atezolizumab aggiunto a bevacizumab più la chemioterapia ha mostrato di offrire un beneficio significativo della PFS nei pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule non squamoso, naïve alla chemioterapia, in tutti i sottogruppi di espressione di PD-L1, indipendentemente dal saggio usato. È stato osservato un beneficio di PFS clinicamente significativo in tutti i pazienti, compresi quelli con mutazioni dell’EGFR, riarrangiamenti di ALK e metastasi epatiche" ha detto Socinski.

"Questi dati suggeriscono che la combinazione di atezolizumab più bevacizumab più la chemioterapia fornisce una nuova opzione di trattamento per queste popolazioni chiave di pazienti" ha concluso l’autore.

M. Kowanetz, et al. IMpower150: Efficacy of atezolizumab (atezo) plus bevacizumab (bev) and chemotherapy (chemo) in 1L metastatic nonsquamous NSCLC (mNSCLC) across key subgroups. AACR 2018; abstract CT076.
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