L’anticorpo monoclonale figitumumab, un inibitore del recettore dell’insulin-like growth factor 1, di fase III non ha offerto alcun beneficio sugli outcome di sopravvivenza in aggiunta alla chemioterapia standard di prima linea nei pazienti con un cancro al polmone non a piccole cellule avanzato (NSCLC) in uno studio di fase III, pubblicato da poco sul Journal of Clinical Oncology. Lo esito di questo trial rappresenta, probabilmente, il de profundis  per lo sviluppo di figitumumab nel NSCLC.

In un precedente studio di fase II, l’aggiunta del biologico aveva mostrato un miglioramento della percentuale di risposta obiettiva (ORR) rispetto alla sola chemioterapia (54% contro 42%), risultato che aveva spinto Pfizer a passare alla fase III per valutare il farmaco come terapia di prima linea per l’NSCLC. Tuttavia, i dati di fase II sono stati successivamente ritrattati dopo che una nuova analisi ha mostrato un’ORR inferiore in entrambi i bracci.

Gli autori del lavoro pubblicato ora sul Jco hanno arruolato quasi 700 pazienti con un NSCLC in stadio IIIB/IV o ricorrente (con istologia non adenocarcinoma) trattati in aperto con figitumumab (20 mg/kg) più paclitaxel (200 mg/m2) e carboplatino (AUC 6 mg • min/ml) oppure solo con la chemioterapia ogni 3 settimane per un massimo di sei cicli. L’endpoint primario del trial era la sopravvivenza complessiva (OS).

In totale sono stati randomizzati 681 pazienti, di cui 671 hanno effettivamente ricevuto il trattamento (338 nel gruppo figitumumab e 333 nel gruppo chemioterapia). L'arruolamento è stato chiuso in anticipo dopo che un’analisi ad interim ha evidenziato l’inutilità dello studio e una maggiore incidenza di eventi avversi gravi nel braccio trattato con l’anticorpo.

L’OS mediana è risultata di 8,6 mesi nel gruppo trattato con figitumumab contro 9,8 mesi nel gruppo trattato con la sola chemioterapia (hazard ratio, HR, 1,18; IC al 95% 0,99-1,40; P = 0,06), mentre la sopravvivenza libera da progressione (PFS) mediana è stata rispettivamente di 4,7 mesi contro 4,6 mesi (HR 1,10; IC al 95% 0,93-1,32; P = 0,27) e l’ORR rispettivamente del 33% contro 35%.

Gli eventi avversi risultati più frequenti nel gruppo figitumumab sono stati iperglicemia, diarrea, diminuzione dell'appetito, vomito e calo ponderale, mentre gli eventi avversi di grado 3/4 più frequenti con il farmaco sono stati la maggior parte di questi, oltre a disidratazione e affaticamento.

L’incidenza degli eventi avversi gravi durante il trattamento è risultata del 66% con figitumumab e 51% con la sola chemioterapia (P < 0,01), mentre quella degli eventi avversi correlati al trattamento di grado 5 è stata del 5% nel gruppo figitumumab, significativamente superiore all’1% riscontrato nel gruppo sottoposto a chemioterapia (P < 0,01). Tra questi eventi avversi, ci sono stati casi di emottisi, polmonite, shock settico e altri.

"Inaspettatamente, l’aggiunta di figitumumab alla chemioterapia si è dimostrata deleteria" scrivono gli autori. L’analisi dei sottogruppi ha suggerito che bassi valori basali di IGF-1 potrebbero rappresentare un biomarcatore per l'identificazione dei pazienti per i quali l'inibizione dell’IGF-1R risulta più dannosa. Ma quest’ipotesi non verrà indagata, in quanto non è previsto un ulteriore sviluppo clinico del farmaco, sottolineano gli autori, aggiungendo, tuttavia, che il potenziale danno "potrebbe essere un effetto di classe e andrebbe quindi valutato negli studi clinici in corso e futuri sugli inibitori dell’IGF-1R”.

C.J. Langer, et al. Figitumumab in Combination With Paclitaxel and Carboplatin Versus Paclitaxel and Carboplatin Alone in Patients With Advanced Non–Small-Cell Lung Cancer. J Clin Oncol. 2014; doi: 10.1200/JCO.2013.54.4932
leggi