Ca al polmone, dati dell'emocromo possibile aiuto per prevedere la risposta all'immunoterapia

I dati dell'emocromo completo, facilmente disponibili, possono aiutare a prevedere la risposta all'immunoterapia e gli outcome nei pazienti con un carcinoma polmonare non a piccole cellule avanzato. Lo evidenzia un'analisi di una casistica di 157 pazienti, presentata da poco a Orlando in occasione del congresso annuale del National Comprehensive Cancer Network.

I dati dell’emocromo completo, facilmente disponibili, possono aiutare a prevedere la risposta all'immunoterapia e gli outcome nei pazienti con un carcinoma polmonare non a piccole cellule avanzato. Lo evidenzia un’analisi di una casistica di 157 pazienti, presentata da poco a Orlando in occasione del congresso annuale del National Comprehensive Cancer Network.

In particolare, una conta assoluta dei monociti non inferiore a 0,63 e una conta assoluta dei neutrofili/ dei linfociti non inferiore a 5,9 al basale sono risultate associate in modo significativo a una sopravvivenza libera da progressione (PFS) limitata (HR 1,50 e 1,61, rispettivamente) e una sopravvivenza globale (OS) modesta (HR 1,71 e 1,87, rispettivamente) in pazienti trattati con inibitori di PD-1.

Anche una conta assoluta dei neutrofili pari almeno a 7,5 e un rapporto mieloide/linfoide pari almeno a 11,3 al basale sono risultati associati a un’OS scarsa (HR, 1,86 e 2,31, rispettivamente).

"Il potenziale valore predittivo di questi biomarcatori prontamente disponibili potrebbe essere utile per la stratificazione del rischio e per decidere le strategie di trattamento" scrivono nel loro abstract, Aixa E. Soyano, della Mayo Clinic di Jacksonville, in Florida, e i suoi colleghi.

I casi inclusi nell’analisi riguardavano pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule avanzato, con un'età media di 66 anni, trattati con nivolumab o pembrolizumab presso la Mayo Clinic tra il gennaio 2010 e l’aprile 2017.

La maggior parte (il 91%) erano bianchi, il 4,5% afroamericani, l'1,9% asiatici, lo 0,6% nativi hawaiani o delle isole del Pacifico e l'1,9% di altre etnie. Poco più della metà (53%) erano uomini e le diagnosi comprendevano l’adenocarcinoma (69%), la malattia squamosa (29%) e altre (3%).

La metà dei pazienti analizzati aveva fatto in precedenza una linea di chemioterapia, il 22% ne aveva già fatte due e il 10% ne aveva già fatte tre. La maggior parte (il 72%) aveva un performance status ECOG pari a 1 o 2 e il 34% presentava metastasi cerebrali.

Pembrolizumab è stato somministrato per via endovenosa alla dose di 2 mg/kg ogni 21 giorni (in 11 pazienti), mentre nivolumab sempre per via endovenosa alla dose di 3 mg/kg ogni 14 giorni (in 146 pazienti).

La risposta clinica è stata valutata ogni 8-12 settimane mediante Tac del torace, dell'addome e del bacino, e anche - in alcuni casi - con la risonanza magnetica cerebrale.
I risultati sono notevoli perché, sebbene la chemioterapia di combinazione con una doppietta a base di platino abbia rappresentato, nell'ultimo decennio, il caposaldo della terapia sistemica iniziale per i pazienti il cui tumore non presenta mutazioni driver, anticorpi monoclonali diretti contro PD-1 o il suo ligando PD- L1 hanno mostrato di poter migliorare la PFS e l’OS in alcuni pazienti con carcinoma polmonare metastatico o localmente avanzato.

Studi precedenti in pazienti con melanoma trattati con farmaci immunoterapici aventi come target il pathway di CTLA4 e il  pathway di PD-1/PD-L1 hanno identificato marcatori ematologici prognostici o predittivi dei risultati. Tuttavia, i dati relativi ai marcatori ematologici del cancro del polmone sono limitati e, dato l'alto costo, gli effetti collaterali immuno-correlati significativi e il numero in rapida espansione di indicazioni per l'immunoterapia nel carcinoma polmonare non a piccole cellule, servono biomarcatori affidabili che possano aiutare a prevedere la risposta e gli outcome, sottolineano la Soyano e i colleghi.

In una presentazione separata, John A. Thompson, del Fred Hutchinson Cancer Research Center di Seattle, ha osservato che sono stati compiuti alcuni progressi nell'area della previsione della risposta agli inibitori dei checkpoint immunitari nei pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule. In particolare, il valore dell'espressione di PD-L1 nel tumore e il carico di mutazioni tumorali (TMB) ai fini della previsione degli outcome è stato evidenziato in un recente studio di Rizvi et al. in cui si è concluso che "l'incorporazione sia del TMB sia dell'espressione di PD-L1 in modelli predittivi multivariabili dovrebbero comportare un aumento del potere predittivo".

"Questo è un primo passo nella nostra evoluzione e nei nostri progressi verso la disponibilità di biomarcatori migliori. Penso che aggiungendo altri fattor, come l'espressione genica, potremmo essere in grado di sviluppare un biomarker ancora più robusto che ci aiuterà a selezionare i pazienti più appropriati per la terapia " ha detto la Soyano.

La ricercatrice e i colleghi osservano, tuttavia, che queste misure, così come quella delle cellule immunitarie infiltranti il tumore, che ha dimostrato anch’essa di avere un valore predittivo, richiedono test e/o elaborazione speciali.

Inoltre, il cutoff ottimale di espressione di PD-L1 è dibattuto, ha ricordato l’oncologa.

I dati dell’emocromo sono disponibili più facilmente e sembrano avere anche valore predittivo e prognostico, ha concluso la Soyano, raggiungendo che questi risultati giustificano ulteriori indagini in uno studio prospettico più ampio.