Ca al polmone, per un trattamento efficace essenziale la medicina di precisione

Prima di sottoporre i pazienti che hanno un cancro al polmone alla chemioterapia, gli oncologi dovrebbero conoscere lo stato dei biomarker EGFR, ALK, ROS1, BRAF e PD-L1, così come, nelle donne con un carcinoma mammario, si deve valutare lo stato di HER-2 per decidere quale trattamento utilizzare. Lo ha ribadito Edward S. Kim, del Levine Cancer Institute di Charlotte, in North Carolina, durante una presentazione tenuta in occasione del Chemotherapy Foundation Symposium, a Charlotte, in North Carolina.

Prima di sottoporre i pazienti che hanno un cancro al polmone alla chemioterapia, gli oncologi dovrebbero conoscere lo stato dei biomarker EGFR, ALK, ROS1, BRAF e PD-L1, così come, nelle donne con un carcinoma mammario, si deve valutare lo stato di HER-2 per decidere quale trattamento utilizzare. Lo ha ribadito Edward S. Kim, del Levine Cancer Institute di Charlotte, in North Carolina, durante una presentazione tenuta in occasione del Chemotherapy Foundation Symposium, a Charlotte, in North Carolina.

"Il cancro al polmone è un modello di medicina di precisione e i pazienti non dovrebbero essere trattati fino a quando l’oncologo non dispone di queste informazioni, che sono parte essenziale dell’iter diagnostico”.
Al simposio, Kim ha tenuto una relazione in cui ha fatto il punto su come scegliere un inibitore delle tirosin chinasi (TKI) dell’EGFR per il trattamento di pazienti con un cancro al polmone, sulla base dei dati disponibili.

"Gli ultimi 2 anni sono stati entusiasmanti sul fronte dell’EGFR e si è acceso grande interesse anche su ALK, PD-L1 e ROS-1 e tutte queste altre mutazioni. È bello sapere che in questi ultimi 2 anni ci sono stati cambiamenti sul fronte della terapia, perché questo è ciò che vogliono gli oncologi: trasferire i risultati della ricerca alla clinica” ha detto Kim.

L'era della terapia di prima linea con un TKI dell’EGFR è iniziata con erlotinib e gefitinib, ed è poi andata avanti con un TKI dell’EGFR di nuova generazione afatinib, che pure è stato approvato in prima linea e, in particolare, ha mostrato un’attività specifica tra i pazienti portatori di una specifica delezione dell’esone 19 del gene dell’EGFR.

"In precedenza, pensavamo che le mutazioni dell’EGFR fossero tutte uguali, ma non è più così. Ora dobbiamo analizzare le singole mutazioni e capire esattamente con quale abbiamo a che fare” ha proseguito l’oncologo.

Ora è arrivato sulla scena anche osimertinib, che ha come target la mutazione T790M, una mutazione di resistenza che compare nel 50-60% dei casi dopo il trattamento con un TKI dell’EGFR.

La strategia attuale, ha detto l’esperto, è quella di analizzare le mutazioni dell’EGFR e dare al paziente il TKI più indicato per trattare la malattia. In genere, un paziente viene trattato per un anno o due, dopodiché il farmaco inizia a perdere il suo effetto. Una volta che il tumore riprende a crescere, il paziente viene sottoposto a un'altra biopsia e quando risulta positivo per la mutazione T790M (nel 50-60% dei casi, appunto) viene trattato con osimertinib.

“Sono più di 2 anni di trattamento con farmaci orali, con i quali, a differenza di quanto accade con la chemioterapia, non si perdono i capelli e non si ha una riduzione dell’emocromo" ha sottolineato Kim.
Erlotinib, ha ricordato l’oncologo, non ha nessuna indicazione per il trattamento dei pazienti wild-type, nemmeno come trattamento di seconda linea, di terza linea o di mantenimento.

Inoltre, lo studio randomizzato di fase III FLAURA, presentato all’ultimo congresso ESMO a Madrid ha dimostrato che osimertinib, in prima linea, prolunga di oltre 9 mesi la sopravvivenza libera da progressione (PFS) rispetto a erlotinib o gefitinib nei pazienti con una mutazione sensibilizzante. "Questo sta cambiando lo standard di cura e osimertinib diventerà lo standard di cura di prima linea per i pazienti con queste specifiche mutazioni" ha detto il professore, anche se, ha aggiunto, resta da capire cosa usare come agente di seconda linea dopo osimertinib in prima linea.

Nel frattempo si stanno indagando nuovi marker, tra cui la mutazione C797S dell’EGFR, che sembra conferire resistenza a osimertinib. Anche se al momento non si sa molto sull’incidenza di questa mutazione, si avranno più dati via via che aumenterà l’esperienza con osimertinib.

Infine, ha spiegato Kim, "l'evidenza aneddotica indica che i TKI di prima generazione possono colpire questa mutazione, perciò si potrebbe pensare di riscrivere la sceneggiatura utilizzando questi farmaci secondo un ordine inverso".

“Penso davvero che sia importante usare il miglior farmaco per primo e sono fiducioso che si troveranno soluzioni per questi pazienti, perché l’immunoterapia sta entrando sul mercato, si stanno sviluppando nuove combinazioni e perché ci sono nuovi sviluppi anche per quanto riguarda i profili di sicurezza di alcune chemioterapie e delle combinazioni" ha concluso l’esperto.