Ca al polmone, scoperti due possibili marker di risposta a durvalumab

La densità nel tumore di due cellule immunitarie fondamentali potrebbe essere un biomarker di risposta all’inibitore del checkpoint immunitario PD-L1 durvalumab nei pazienti con un tumore al polmone non a piccole cellule (NSCLC). A suggerirlo è una ricerca presentata da poco al congresso annuale della Society for Immunotherapy of Cancer, tenutosi a National Harbor.

I pazienti con NSCLC i cui tumori presentano densità elevate sia di linfociti T citotossici CD8+ sia di cellule PD-L1-positive hanno ottenuto risultati significativamente migliori se trattati con durvalumab rispetto ai pazienti che presentavano un’alta densità solo dell’uno o dell’altro marker, ha riferito Sonja Althammer, ricercatrice di Definiens AG (una società che fa parte di AstraZeneca, la multinazionale che sta sviluppando durvalumab).

"Stavamo valutando il carattere predittivo di PD-L1 e delle cellule CD8+, e - fatto interessante - abbiamo scoperto che è una combinazione dei due marker a predire meglio la risposta dei pazienti a durvalumab " ha detto la Althammer durante la sua presentazione.

La ricercatrice e i suoi colleghi hanno valutato l'impiego di un sistema automatizzato di analisi di immagini e riconoscimento dei pattern per determinare se i linfociti T citotossici CD8+ infiltranti il tumore e la densità di PD-L1 permettano di identificare i pazienti con maggiori probabilità di rispondere all’anti-PD-L1 durvalumab.

"L'ipotesi che avevamo in mente era che l'interazione tra i due marker fosse importante e che entrambi  dovessero essere presenti" ha spiegato la Althammer.

Per testare la validità della loro ipotesi, la ricercatrice e i colleghi hanno analizzato campioni bioptici tumorali archiviati o freschi provenienti da 163 pazienti con NSCLC non trattati o già trattati in precedenza (con una mediana di tre linee di terapia) che erano stati arruolati in un trial fase non randomizzato di fase I/II in cui si valutava durvalumab nel NSCLC avanzato e in altri tumori solidi.

Il gruppo ha abbinato i campioni positivi alle cellule CD8+ e a PD-L1 all’immunoistochimica e ha definito l’espressione elevata di PD-L1 come la presenza di una percentuale del 25% o superiore di cellule tumorali PD-L1-positive con una colorazione della membrana di qualsiasi intensità.

Le immagini sono state poi valutate con un sistema automatizzato e i risultati sono stati confrontati con i risultati clinici sulla base della densità delle cellule CD8-positive e PD-L1-positive, e delle sole cellule PD-L1-positive, in campioni bioptici prelevati prima del trattamento utilizzando due diversi dataset. I dataset sono stati poi abbinati sulla base dello status di PD-L1, dell’istologia, del performance status ECOG, del numero di linee di terapia e della risposta.

La compresenza della positività alle cellule CD8+ e della PD-L1 positività è risultata associata a una percentuale di risposta complessiva (ORR) del 42% contro il 31% associato alla sola positività alle cellule CD8+, il 27% associato alla sola positività a PD-L1 e il 7% in caso di negatività sia alle cellule CD8+ (con un’espressione inferiore al 25%) sia a PD-L1.

I ricercatori hanno quindi esaminato la capacità predittiva dei due marcatori combinati e hanno visto che dopo circa 28 mesi di follow-up, i pazienti con un’espressione elevata sia delle cellule CD8+ sia di PD-L1- avevano una sopravvivenza globale (OS) mediana superiore (24,3 mesi) rispetto a quelli che erano soltanto PD-L1-positivi (17,1 mesi), quelli che presentavano solo un’espressione elevata delle cellule CD8+ (17,8 mesi) o l'intero campione dei pazienti (11,1 mesi).

Anche la sopravvivenza libera da progressione è risultata maggiore tra i pazienti che presentavano un’espressione elevata di entrambi i marcatori rispetto agli altri tre gruppi: rispettivamente 7, 3 mesi contro 3,6, 5,3 e 2,8 mesi.