Il beneficio di sopravvivenza che le pazienti in post-menopausa con carcinoma mammario ottengono dall’inibitore dell’aromatasi anastrozolo rispetto al tamoxifene varia considerevolmente in base all’istologia del tumore. Lo rivela un'analisi dei dati di uno studio di fase 3 presentata al San Antonio Breast Cancer Symposium (SABCS).

Presentando i dati, Michael Knauer del Breast Center di St. Gallen, in Svizzera, ha detto che questi risultati potranno contribuire a perfezionare le decisioni terapeutiche relative alle terapia endocrina adiuvante in questa popolazione di pazienti.

In vari studi precedenti gli inibitori dell'aromatasi hanno dimostrato di migliorare gli outcome nelle pazienti in post-menopausa con un cancro al seno rispetto alla monoterapia con tamoxifene. Una metanalisi di Forbes e colleghi, che includeva dati su 11.798 pazienti incluse in studi clinici randomizzati che hanno confrontato una terapia per 5 anni con tamoxifene rispetto a un trattamento sequenziale con tamoxifene seguito da inibitori dell'aromatasi, ha evidenziato nelle donne trattate con gli inibitori dell'aromatasi una riduzione significativa sia delle recidive (RR 0,84; IC al 95% 0,73-0,97) sia dei decessi (RR 0,84; IC al 95% 0,73-0,97).

Nell’analisi presentata al SABCS, Knauer e gli altri colleghi hanno analizzato i dati dello studio randomizzato ABCSG 8, che ha coinvolto 3714 pazienti in post-menopausa (con un’età mediana di 64 anni), con un cancro al seno positivo ai recettori ormonali, sottoposte all’intervento chirurgico e trattate o meno con la radioterapia. La coorte comprendeva anche donne con un tumore di grado 1 e grado 2 malattie non sottoposte alla chemioterapia adiuvante.

Nello studio ABCSG 8, gli autori hanno assegnato le partecipanti a un trattamento con tamoxifene per 5 anni o con tamoxifene per 2 anni più 3 anni di anastrozolo.

Nelle donne assegnate alla sequenza tamoxifene-anastrozolo si sono osservate una sopravvivenza libera da malattia (DFS) migliore (HR 0,91; IC al 95% 0,75-1,1) e una sopravvivenza globale (OS) superiore (HR 0,87; IC al 95% 0,64-1,16), ma le differenze non sono risultate statisticamente significative.

Nel loro studio, Knauer e colleghi hanno valutato campioni di tessuto valutabili di 1478 partecipanti per cercare di capire se e come le alterazioni molecolari potessero influire sugli outcome. Di questi, 270 erano di tumori lobulari invasivi e 1085 di tumori duttali invasivi.

L’analisi multivariata ha mostrato che nelle pazienti con un carcinoma lobulare, l'aggiunta di anastrozolo era associata a un miglioramento significativo dell’’OS a 3 anni (HR 0,23; IC al 95% 0,08-0,68) mentre non si è osservato lo stesso beneficio in quelle con carcinoma duttale invasivo (HR 1,02; IC al 95% 0,7-1,49).

I ricercatori hanno poi stratificato i risultati sulla base dei sottotipi: luminale A o luminale B.

Nel caso del sottotipo luminale A, anastrozolo è risultato associato a una riduzione significativa della DFS e degli eventi legati all’OS nei tumori duttali (HR per la DFS 0,7; IC al 95% 0,53-0,94; HR per l’OS 0,67; IC al 95% 0,47-0,95), ma non in quelli lobulari (HR per la DFS 1,15; IC al 95% 0,69-1,9; HR per l’OS 0,76; IC al 95% 0,42-1,39).

Al contrario, nel caso del sottotipo B, l’inibitore dell’aromatasi è risultato associato a una riduzione significativa della DFS e degli eventi legati all’OS nei tumori lobulari (HR per la DFS 0,35; IC al 95% 0,16-0,76; HR per l’OS 0,32; IC al 95% 0,12-0,85), ma non in quelli duttali (HR per la DFS 0,86; IC al 95% 0,62-1,19; HR per l’OS 1.09; IC al 95% 0,76-1,56).

"In sintesi, tra tutti le pazienti con un cancro lobulare, anastrozolo è associato a una riduzione significativa degli eventi legati alla sopravvivenza globale rispetto al tamoxifene" ha detto Knauer. "Tuttavia, l'efficacia di anastrozolo si è dimostrata fortemente dipendente dall’istologia e dal sottotipo intrinseco di tumore al seno".