Sebbene la maggior parte delle donne che fanno uso di tamoxifene per la prevenzione del tumore al seno ne traggano un beneficio, occorre prestare maggiore attenzione ai profili rischio-beneficio di alcuni sottogruppi di donne a rischio che possono avere più probabilità di manifestare gravi effetti collaterali.È questo il messaggio chiave di uno studio uscito da poco sul Journal of the National Cancer Institute.

Tra questi sottogruppi figurano le donne anziane, le afroamericane e le donne non isterectomizzate.

Tamoxifene è approvato da tempo per la prevenzione primaria del cancro al seno nelle donne che soddisfano specifici criteri di età e di rischio, ma non è molto utilizzato per quest’indicazione, soprattutto a causa di un aumento del rischio di gravi effetti collaterali. Secondo quanto riferito dagli autori nell’introduzione, negli Stati Uniti meno dell'1% delle donne che potrebero farlo usa tamoxifene per la prevenzione del tumore al seno.

Si sa quindi molto poco sui reali profili rischio-beneficio delle donne che fanno una chemioprevenzione con tamoxifene al di fuori di uno studio clinico.

Per colmare questa lacuna, un team di ricercatori guidato da Hazel B. Nichols, della University of North Carolina, ha valutato l'uso del tamoxifene nelle donne arruolate nel Sister Study, uno studio prospettico di coorte su 50.884 donne americane e di Porto Rico di età compresa tra i 35 e i 74 anni, arruolate tra il 2003 e il 2009 per valutare i fattori di rischio di cancro al seno genetici e ambientali. Tutte le donne non avevano un cancro al seno al momento dell’arruolamento, ma avevano una sorella alla quale era stato diagnosticato il tumore.

Nella coorte, gli autori hanno inizialmente identificato 1046 donne (il 2,1%) che avevano usato tamoxifene. Dopo averne escluse un tot, per esempio quelle che avevano partecipato a un trial clinico su tamoxifene, i ricercatori hanno limitato la loro analisi a 788 pazienti, più del 90% delle quali bianche non ispaniche. Hanno inoltre confrontato queste donne con 3131 non utilizzatrici di tamoxifene della stessa età e arruolate nello stesso anno, che non presentavano controindicazioni al trattamento col farmaco.

In questo campione, la Nicholes e i colleghi hanno esaminato i profili di rischio-beneficio delle donne che hanno utilizzato tamoxifene per la prevenzione del cancro al seno e le caratteristiche associate con l’inizio della terapia e la sua eventuale interruzione.

I ricercatori hanno suddiviso le donne in categorie in base a un indice di rischio-beneficio che permettte di classificarle in base al livello di evidenza di beneficio del tamoxifene (nessuno, moderato o forte) per superare il rischio di gravi effetti indesiderati, tra cui ictus, embolia polmonare, trombosi venosa profonda, carcinoma endometriale e cataratta. Gli indici tengono conto dell’età, della razza, della presenza o meno dell’utero e del rischio previsto a 5 anni di carcinoma mammario invasivo.

L'età media delle utilizzatrici del tamoxifene al momento dell'inizio dello studio era di 50,7 anni. Complessivamente, il 74% di queste donne ha mostrato di ottenere un vantaggio moderato o forte dalla cehmioprevenzione col farmaco, il 20% non ha mostrato alcun segnale che i benefici superassero i rischi, mentre per il restante 6% i ricercatori non sono stati in grado di calcolare un indice di rischio-beneficio 

Il beneficio netto è risultato diverso nei diversi gruppi.

Le donne sottoposte a un’isterectomia prima dell'inizio della terapia con tamoxifene hanno mostrato una probabilità 11 volte maggiore di avere un profilo di rischio-beneficio favorevole rispetto alle donne con l’utero intatto (OR 11.87; IC al 95% 5,94-23,73).

Le donne più giovani hanno mostrato un beneficio significativo dal tamoxifene e il 99,1% di quelle che avevano iniziato il tamoxifene prima dei 50 anni hanno mostrato un beneficio moderato o forte.

Invece, nelle donne di colore gli autori hanno calcolato una probabilità inferiore del 65% di ricavare un beneficio dalla chemioprevenzione con tamoxifene rispetto alle donne bianche non ispaniche (OR 0,35; IC al 95%,16-0,75).

"Abbiamo scoperto che non tutte le donne che prendono il tamoxifene per la chemioprevenzione del tumore al seno mostrano evidenze equivalenti che i rischi superano i benefici" afferma la Nichols in un comunicato stampa.

Le donne con un’ampia famigliarità per il tumore al seno e quelle con un elevato BCRAT score (uno strumento che permette di stimare la probabilità di sviluppare un cancro al seno invasivo) hanno mostrato una probabilità considerevolmente maggiore di utilizzare il tamoxifene. In particolare, in quelle con un BCRAT compreso tra il 3 e il 6% la probabilità di utilizzare il tamoxifene è risultata aumentata di circa cinque volte (OR 4,97; IC al 95%  3,57-6,24), e in quelle che avevano più di una sorella con un cancro aumentata di più di sei volte (OR 6,53; 95% CI, 4,66-9,12).

Inoltre, la probabilità di usare il farmaco come chemioprevenzione è risultata più di due volte maggiore nelle donne che avevano fatto una biopsia al seno rispetto a quelle che non l’avevano fatta (OR 2,06; IC al 95% 1,65-2,56).

Nella coorte analizzata, i ricercatori hanno osservato anche un’alta percentuale di interruzioni del trattamento con tamoxifene. Dopo 4,5 anni dall’inizio, quasi la metà delle donne (46%) aveva sospeso il farmaco e la durata media di assunzione è stata di 3 anni.

"Questo studio evidenzia che il beneficio stimato non è la stesso per tutte le donne" afferma la Nichols nel comunicato. "Perciò, ognuna dovrebbe cosultare il porprio medio per valutare attentamente il proprio stato di salute e valutare se, in quel momento, la chemioprevenzione con tamoxifene rappresenta una scelta ragionevole per lei" conclude la ricercatrice

H.B. Nichols, et al. Risk-Benefit Profiles of Women Using Tamoxifen for Chemoprevention. J Natl Cancer Instl. 2015; doi:10.1093/jnci/dju354.
http://jnci.oxfordjournals.org/content/107/1/dju354.abstract