Ca al seno HER2+, chemio più trastuzumab: sequenziali o in contemporanea fa differenza?

Le pazienti con un carcinoma mammario HER2-positivo (HER2+) non hanno outcome diversi se sottoposte al trattamento neoadiuvante con la chemioterapia e trastuzumab in sequenza oppure in concomitanza. Lo evidenziano i risultati dello studio di fase III Z1041 dell'American College of Surgeons Oncology Group (ACOSOG), appena pubblicato su JAMA Oncology.

Le pazienti con un carcinoma mammario HER2-positivo (HER2+) non hanno outcome diversi se sottoposte al trattamento neoadiuvante con la chemioterapia e trastuzumab in sequenza oppure in concomitanza. Lo evidenziano i risultati dello studio di fase III Z1041 dell’American College of Surgeons Oncology Group (ACOSOG), appena pubblicato su JAMA Oncology.

"L'efficacia di trastuzumab con la chemioterapia nel setting neoadiuvante è evidente; tuttavia, la sicurezza cardiaca di trastuzumab combinato con le antracicline è stata messa in discussione" spiegano gli autori dello studio, guidati da Kelly K. Hunt, dell’MD Anderson Cancer Center dell'Università del Texas di Houston.

L’obiettivo dello studio Z1041 era confrontare le due strategie di somministrazione della terapia neoadiuvante con chemioterapia e trastuzumab. Il trial ha coinvolto 280 donne con una diagnosi di carcinoma mammario invasivo, operabile, HER2+, assegnate in parti all’incirca uguali al trattamento con fluorouracile, epirubicina e ciclofosfamide (FEC) ogni 3 settimane per 12 settimane, seguito dalla combinazione di paclitaxel e trastuzumab per 12 settimane oppure alla combinazione di paclitaxel e trastuzumab per 12 settimane seguita da FEC in combinazione con trastuzumab.

Gli endpoint primari dello studio erano la sopravvivenza libera da malattia (DFS), la sopravvivenza globale (OS) e la risposta patologica completa (pCR) nel seno e nei linfonodi.
L'età media delle partecipanti era di 50 anni e la maggior parte era bianca (82,9%); al di là di questo, le caratteristiche demografiche erano ben bilanciate tra i due bracci. Un’analisi precedente di questo studio aveva già evidenziato percentuali simili di pCR tra i due bracci (56,5% con l’approccio sequenziale e 54,2% con quello concomitante).

Ci sono state 18 recidive e si sono sviluppati due secondi tumori primari nel braccio sottoposto a terapia sequenziale e 22 recidive e tre secondi tumori primari in quello trattato con l’approccio concomitante. I tassi di DFS non hanno mostrato differenze significative tra i due gruppi, con un HR pari a 1,02 nel confronto fra approccio concomitante e approccio sequenziale (IC al 95% 0,56-1,83; P = 0,96).

Durante lo studio sono decedute 8 pazienti nel primo braccio e 12 pazienti nel secondo; di queste, rispettivamente cinque e sette sono morte a causa del tumore iniziale, mentre tra le altre cause note di morte ci sono state un’overdose, un secondo tumore primario e un’insufficienza respiratoria. Anche l’OS non è risultata diversa tra i due gruppi, con un HR stratificato pari a 1,17 (IC al 95% 0,48-2,88; P = 0,73).

"La somministrazione concomitante di trastuzumab e FEC non ha dimostrato di offrire benefici aggiuntivi e non è giustificata" concludono gli autori.
Tuttavia, Robert E. Coleman, dell'Università di Sheffield nel Regno Unito, non coinvolto nello studio, ha detto che la scoperta non è sorprendente dato il basso numero totale di recidive verificatesi durante lo studio. "Lo studio è interessante, ma sottodimensionato per confrontare adeguatamente il trattamento sequenziale rispetto a quello concomitante" ha commentato l’esperto, aggiungendo che "i medici continueranno a somministrare il trattamento concomitante sulla base di altri studi che suggeriscono una maggiore efficacia rispetto a quello sequenziale e del fatto che consente di completare prima il trattamento".

A.U. Buzdar, et al. Disease-Free and Overall Survival Among Patients With Operable HER2-Positive Breast Cancer Treated With Sequential vs Concurrent ChemotherapyThe ACOSOG Z1041 (Alliance) Randomized Clinical Trial. JAMA Oncol. 2018; doi:10.1001/jamaoncol.2018.3691.
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