Ca al seno, inibitori dell'aromatasi: effetti collaterali non sono un surrogato di efficacia

Oncologia-Ematologia
Un ampio studio appena pubblicato sul Journal of Clinical Oncology dimostrato che la comparsa di sintomi vasomotori e/o articolari durante il trattamento con inibitori dell'aromatasi non è correlata a un miglioramento della sopravvivenza libera da malattia nelle pazienti con carcinoma mammario in post-menopausa.

I risultati del trial contraddicono quelli di lavori precedenti che suggerivano come i sintomi potessero essere potenzialmente considerati indicatori dell’efficacia del trattamento.

"Se i sintomi che compaiono durante il trattamento fossero effettivamente associati a un miglioramento degli outcome del cancro al seno, medici e pazienti potrebbero utilizzare queste informazioni per prendere decisioni importanti circa l’opportunità di continuare o meno una terapia cronica con inibitori dell'aromatasi" scrivono gli autori, guidati da Paul E. Goss, del Massachusetts General Hospital di Boston.

Allo studio, un trial multicentrico randomizzato chiamato MA.27, hanno preso parte 7576 donne in post-menopausa con carcinoma mammario, trattate per 5 anni con anastrozolo ed exemestane. Di questa coorte, 7306 pazienti (il 96%) sono stati inclusi nell’analisi degli outcome a 6 mesi e 7246 (il 96%) nell’analisi a 12 mesi.

Delle pazienti valutabili, il 34% aveva sintomi vasomotori al basale e/o sintomi articolari; tra quelle senza sintomi al basale, il 25% ha manifestato nuovi sintomi a 6 mesi e il 52% a 12. Tuttavia, lo sviluppo di nuovi sintomi articolari e/o vasomotori non sembra aver influenzato la sopravvivenza libera da recidiva (RFS) in nessun sottogruppo e in nessun momento temporale.

In particolare, tra le 5645 pazienti che non presentavano sintomi vasomotori o sintomi muscoloscheletrici di grado 3/4 al basale, l' hazard ratio (HR) di RFS è risultato pari a 0,80 a 6 mesi (IC al 95% 0,59-1,07; P = 0,1323) e 0,81 a 12 mesi (IC al 95% 0,63-1,03; P = 0,0894).

Anche nelle analisi multivariate, in cui le pazienti sono state stratificate in base all’uso di celecoxib, aspirina, e trastuzumab, allo stato dei linfonodi e alle chemioterapie precedenti, l’insorgenza o il peggioramento dei sintomi vasomotori o articolari ha mostrato di non avere alcun effetto sull’RFS (P > 0,10).

Goss e i colleghi scrivono che saranno necessari ulteriori studi per comprendere meglio questi risultati negativi alla luce dei segnali opposti emersi negli studi precedenti. "Fino ad allora, i sintomi che compaiono durante il trattamento dovrebbero essere gestiti nel modo più efficace possibile per consentire di continuare il trattamento con gli inibitori dell’aromatasi ed è prematuro consigliare le pazienti sull’opportunità di continuare o meno oppure modificare la terapia adiuvante con inibitori dell’aromatasi sulla base dei sintomi".

Secondo William J. Gradishar, MD, della Northwestern University di Chicago, autore dell’editoriale di accompagnamento, questi risultati suggeriscono che i medici potrebbero dover "ricalibrare" il loro pensiero sui sintomi che si manifestano durante il trattamento con inibitori dell’aromatasi.

"La tossicità non deve essere confusa con una misura surrogata automatica del beneficio clinico" avverte l’esperto. "Dato che ci sono sempre più opzioni cliniche per i pazienti colpiti da tumore, e da quello al seno in particolare, sarebbe più opportuno focalizzarsi sul cercare di capire quali pazienti hanno più probabilità di sviluppare una tossicità specifica".

V. Stearns, et al. Treatment-Associated Musculoskeletal and Vasomotor Symptoms and Relapse-Free Survival in the NCIC CTG MA.27 Adjuvant Breast Cancer Aromatase Inhibitor Trial. J Clin Oncol. 2014; doi: 10.1200/JCO.2014.57.6926.
leggi