Le donne con un tumore al seno con metastasi ossee possono ridurre la frequenza di somministrazione dei bifosfonati dopo il primo anno di terapia, nel quale i bifosfonati sono assunti una volta al mese e in questo modo, si può anche ridurre il rischio di gravi effetti collaterali. A dimostrarlo sono i risultati dello studio OPTIMIZE-2, un trial multicentrico di fase III, randomizzato e in doppio cieco, presentato al congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO), da Gabriel Hortobagyi, dell’MD Anderson Cancer Center dell’Università del Texas.

L’autore ha spiegato che la stragrande maggioranza delle pazienti con un carcinoma mammario metastatico sviluppa prima o poi una metastasi ossea durante la cura. Lo studio OPTIMIZE-2 mostra, invece, che dopo un anno di somministrazione mensile, l’assunzione di acido zoledronico ogni 12 settimane è efficace quanto il proseguimento della terapia una volta al mese.

I risultati dello studio potrebbero avere un impatto non solo nel setting del carcinoma mammario metastatico, ma anche su altri tumori solidi, come il mieloma multiplo, in cui si utilizzano i bifosfonati per via endovenosa assunti una volta al mese per prevenire gli eventi avversi a carico dello scheletro (SRE) e la perdita di massa ossea.

L’MD Anderson Cancer Center ha al suo attivo una lunga storia di scoperte sui bifosfonati. Nel 1990, proprio Hortobagyi, assieme a Richard Theriault, ha firmato le pubblicazioni che hanno portato a cambiare la prassi di trattamento del carcinoma mammario metastatico, lavori in cui si dimostrava l'associazione tra pamidronato e riduzione degli SRE, tra cui le fratture ossee, il dolore osseo e la compressione midollare spinale, risultati che hanno portato all’incorporazione di questa classe di farmaci nella gestione della malattia metastatica.

"Dopo questi risultati, la terapia continuativa con bifosfonati fintanto che la paziente era in vita è diventata lo standard terapeutico per le donne con un cancro al seno metastatico, pur in assenza di studi definitivi o linee guida che confermassero la validità di questa pratica clinica o che ne avessero valutato gli effetti collaterali a lungo termine" ha proseguito Hortobagyi.

"Lo studio OPTIMIZE-2 è il più grosso studio che ad oggi abbia valutato la frequenza di somministrazione dei bifosfonati. Il trial ha evidenziato che ridurre la frequenza di somministrazione della terapia dopo il primo anno di trattamento non peggiora i risultati non rispetto alla continuazione della terapia mensile e probabilmente si associa a una riduzione della tossicità" ha continuato l’oncologo.

Lo studio ha coinvolto 403 donne con un carcinoma mammario metastatico. Tutte le partecipanti avevano assunto in precedenza 9 o più dosi di bifosfonati nei primi 10-15 mesi di terapia. Le pazienti sono state quindi assegnate in parti uguali al trattamento con acido zoledronico 4 mg ev per un anno ulteriore, somministrato sempre una volta al mese oppure ogni 3 mesi. L’età mediana delle partecipanti era di 59 anni, e le caratteristiche della malattia all’inizio dello studio erano simili nei due bracci.

L'endpoint primario dello studio era la percentuale di partecipanti che manifestavano uno o più SRE durante lo studio e l’obiettivo dell’analisi primaria era quello di dimostrare la non inferiorità (con un margine predefinito del 10%) del regime trimestrale rispetto a quello mensile in termini di numero di SRE.

L’incidenza degli SRE è risultata comparabile nei due bracci: 22% in quello trattato una volta al mese e 23,2% in quello trattato ogni 3 mesi. Inoltre, lo studio ha mostrato variazioni simili rispetto al basale nei due gruppi dei marker di turnover osseo e un’incidenza simile di eventi avversi comparsi durante lo studio. Tuttavia, nel braccio che ha continuato la terapia mensile sono stati segnalati più eventi avversi renali (9,6% contro 7,9% nel braccio trattato ogni 3 settimane). Inoltre, due donne de braccio trattato una volta al mese hanno sviluppato osteonecrosi della mandibola.

"In generale, nel cancro al seno, stiamo arrivando al punto in cui le nostre pazienti vanno abbastanza bene e possiamo cominciare a iniziare a ridurre i trattamenti, perché stiamo probabilmente sovratrattando la maggior parte di esse, e questo studio ne è un esempio" ha detto Hortobagyi.

Tuttavia, l’illustre oncologo ha segnalato che il trial non è privo di limiti e che i risultati devono essere interpretati con cautela. Il braccio placebo non è stato fatto a causa dell’arruolamento limitato; inoltre, il campione è di dimensioni relativamente modeste e c’è qualche perplessità dal punto di vista statistico sulla determinazione del margine di non inferiorità.

Infine, ha sottolineato Hortobagyi, nello studio è stato valutato l’effetto solo di un anno di trattamento dopo il primo anno della terapia con bifosfonati, mentre molte pazienti prendono questi farmaci per tutta la durata della malattia metastatica, anche se sviluppano un SRE.

G.N. Hortobagyi, et al. Efficacy and safety of continued zoledronic acid every 4 weeks versus every 12 weeks in women with bone metastases from breast cancer: Results of the OPTIMIZE-2 trial. J Clin Oncol 32:5s, 2014 (suppl; abstr LBA9500).
http://abstracts.asco.org/144/AbstView_144_129791.html