Tra le pazienti anziane con un tumore al seno primario a rischio medio o elevato, non adatte alla chemioterapia standard, l’aggiunta di capecitabina a ibandronato non migliora la sopravvivenza libera da malattia (DFS) e la sopravvivenza globale (OS), né riduce gli eventi scheletrici. A dimostrarlo sono i risultati dello studio di fase III ICE, presentati pochi giorni fa al San Antonio Breast Cancer Symposium (SABCS).

Dopo 3 anni, la DFS è risultata, infatti, dell’85,4% nel gruppo trattato con capecitabina e ibandronato contro 84,3% in quello trattato con il solo ibandronato, ha riferito il primo autore dell’abstract, Gunter von Minckwitz, dell’Università di Francoforte.

Un leggero vantaggio a favore della combinazione è emerso dopo 5 anni, ma la differenza non ha raggiunto la significatività statistica: la DFS è stata, infatti, del 78,8% nel gruppo trattato con la combinazione contro 75% in quello trattato con il solo bifosfonato (P = 0,7010).

"Lo studio ICE non è riuscito a dimostrare che il trattamento adiuvante con capecitabina migliora la sopravvivenza libera da malattia invasiva nelle pazienti trattate con ibandronato" ha detto von Minckwitz in conferenza stampa. "I risultati ottenuti nelle pazienti anziane con un carcinoma mammario in fase iniziale a rischio moderato o elevato trattate con il solo ibandronato sono apparsi molto favorevoli".

L’OS a 5 anni in questo gruppo di pazienti è stata del 88%, ha detto il ricercatore.

Lo studio ICE, frutto di una collaborazione tra il German Breast Group (GBG), presieduto da von Minckwitz, e il Breast International Group, ha preso le mosse dal riconoscimento che Ie pazienti anziane sono sottorappresentate nei trial clinici sul tumore alla mammella, nonostante rappresentino la maggioranza dei casi.

von Minckwitz ha spiegato che gli autori hanno scelto capecitabina perché ha meno effetti collaterali della chemioterapia convenzionale con antracicline o taxani. Inoltre, nel 2004, quando il trial è iniziato, c’erano evidenze che l’impiego dei bifosfonati nelle donne anziane potesse prevenire le recidive di tumore al seno.

L’autore e i colleghi hanno quindi cercato di capire se l’aggiunta di capecitabina a ibandronato permetta di migliorare gli outcome delle pazienti anziane con un tumore al seno in fase iniziale ad alto rischio o a rischio intermedio inadatte ai regimi chemioterapici standard.

A tale scopo, gli sperimentatori hanno coinvolto 1358 donne di almeno 65 anni, con tumori di almeno 2 cm, di grado 2 o 3 o tumori negativi per i recettori ormonali e con un punteggio di comorbidità di Charlson non superiore a 2. In circa il 35% dei casi il tumore era di grado 3.

Le partecipanti sono state trattate con capecitabina 2000 mg/m2 al giorno nei primi 14 giorni di cicli di 3 settimane per sei cicli. Ibandronato è stato assunto per via orale ogni giorno (50 mg) o mediante infusione endovenosa (6 mg) una volta al mese per 2 anni. Il 65,4% ha preferito l’assunzione orale e il 34,8% la somministrazione endovenosa; inoltre, meno del 4% è passato da una somministrazione all’altra. Il tempo medio di permanenza in trattamento è stato di circa 20 mesi con entrambe le modalità.

L’età mediana delle partecipanti era di 71 anni e circa il 25% in ogni braccio ne aveva almeno 75. Circa l’80% aveva un tumore positivo ai recettori ormonali e circa il 70% era stato trattato solo con inibitori dell’aromatasi.

Si sono osservate complicanze scheletriche, come fratture, necessità di un intervento chirurgico o osteoporosi di nuova insorgenza, escluse le metastasi ossee, in 169 pazienti (il 25%) del gruppo trattato con capecitabina e ibandronato e 168 (il 24,7%) di quello trattato con il solo ibandronato.

von Minckwitz ha detto che l’incidenza elevata degli eventi scheletrici nelle donne anziane con un tumore al seno giustifica la necessità di prendere in considerazione l'uso dei bifosfonati in queste pazienti.

Durante la discussione, l’autore ha detto sebbene non si siano viste differenze significative tra i due bracci in termini di DFS, le pazienti dello studio devono essere seguite ulteriormente, perché si sa da altri trial su capecitabina che è necessario un follow up prolungato del trattamento adiuvante per evidenziare differenze.

“Anche nelle pazienti anziane bisognerebbe provare una chemioterapia combinata in aggiunta a una terapia di supporto ottimale” ha affermato il ricercatore.

Tuttavia, ha aggiunto l’oncologo, il trattamento di questa popolazione dovrebbe essere personalizzato in base alle caratteristiche della paziente, tra cui l’impatto delle comorbidità. Se una paziente debba essere trattata o meno con un bifosfonato in monoterapia, ha specificato l’autore, dipende da fattori clinici e demografici,.

Quando si ha a che fare con donne anziane, ha detto, inoltre, von Minckwitz, l’aderenza ai bifosfonati è un problema. Tuttavia, preoccupano le evidenze che dimostrano come una quota consistente di pazienti anziane con un tumore al seno non siano sottoposte a una terapia sistemica o facciano una terapia inadeguata.

Alessandra Terzaghi

G. von Minckwitz, et al. The Phase III ICE Study: Adjuvant Ibandronate With or Without Capecitabine In Elderly Patients With Moderate or High Risk Early Breast Cancer. SABCS 2014; abstract S3-04.