Ca al seno triplo negativo, atezolizumab migliora la sopravvivenza

Oncologia-Ematologia

Il trattamento con l'anti-PD-L1 atezolizumab ha prodotto un beneficio clinico duraturo in pazienti con un cancro al seno triplo negativo metastatico che hanno risposto al trattamento, in uno studio di fase I presentato da poco a Washington al congresso annuale dell'American Association for Cancer Research.

Il trattamento con l'anti-PD-L1 atezolizumab ha prodotto un beneficio clinico duraturo in pazienti con un cancro al seno triplo negativo metastatico che hanno risposto al trattamento, in uno studio di fase I presentato da poco a Washington al congresso annuale dell’American Association for Cancer Research. Si tratta, ovviamente, di dati ancora molto preliminari, che, tuttavia, lasciano intravedere le potenzialità di utilizzo dell’immunoterapia anche contro il tumore al seno.

Le percentuali di sopravvivenza globale (OS) sono risultate del 41% a 12 mesi e 22% sia a 2 sia a 3 anni. I risultati clinici sono stati ancora migliori nelle pazienti con che presentavano un’espressione di PD-L1 almeno del 5% sulle cellule immunitarie infiltranti il tumore (IC2/3), con percentuali di OS a 12 mesi, 2 e 3 anni rispettivamente del 45%, 28% e 28%.

I risultati di questo studio preliminare mostrano anche che le percentuali di risposta sono state più alte nelle pazienti trattate con l’immunoterapia in prima linea, e un'analisi esplorativa dei biomarker ha suggerito che anche una conta elevata delle cellule T CD8 e dei linfociti infiltranti il tumore ha contribuito a un miglioramento della risposta.

“Al momento non abbiamo una terapia mirata per il cancro al seno triplo negativo” ha detto in conferenza stampa l’autore principale dello studio Peter Schmid, direttore del St. Bartholomew’s Breast Centre del St. Bartholomew’s Hospital and Barts Cancer Institute di Londra. “Quel che abbiamo è la chemioterapia, ma la maggior parte delle pazienti sviluppanresistenza al trattamento in tempi relativamente brevi”.

Schmid ha osservato che la sopravvivenza mediana per queste donne è ancora relativamente breve - circa 9-12 mesi – per cui i dati di questo studio vanno visti in tale contesto. D'altra parte, ha sottolineato l’oncologo, il cancro al seno triplo negativo è probabilmente il miglior sottotipo di cancro al seno in termini di selezione delle pazienti per l’immunoterapia, per via dell’elevato grado di instabilità genetica, dell’alto tasso di mutazioni e dei livelli elevati di espressione di PD-L1 e di linfociti infiltranti il tumore all'interno del tumore stesso.

Atezolizumab è un anticorpo monoclonale umanizzato che inibisce il legame di PD-L1 a PD-1 e B7.1, e, così facendo, ripristina l’immunità T-cellulare. tumore-specifica.

In questo studio, Schmid e i colleghi hanno arruolato pazienti con carcinoma mammario metastatico triplo negativo in una delle coorti di espansione di uno studio di fase I. La risposta è stata valutata su un totale di 112 pazienti, di cui 19 sono state trattate con atezolizumab come terapia di prima linea e 93 avevano già fatto almeno due linee di terapia in precedenza.

L’anti PD-1 è stato somministrato ogni 3 settimane alla dose di 15 mg/kg o 20 mg/kg, ed è stato valutato il livello di espressione di PD-L1 sulle cellule immunitarie infiltranti il tumore. L'endpoint primario dello studio era la sicurezza, mentre la percentuale complessiva di risposta, la durata della risposta e la sopravvivenza libera da progressione (PFS) erano gli endpoint secondari chiave.

Le percentuali di OS a 12 mesi e a 2 anni nelle pazienti che hanno risposto al farmaco sono risultate del 100%, ma sono scese rispettivamente al 33% e 11% in coloro che non hanno risposto al farmaco. Delle 11 responder, cinque erano state trattate con atezolizumab come terapia di prima linea, mentre 9 avevano un’espressione elevata di PD-L1 (IC2/3).

Nelle pazienti trattate con atezolizumab in prima linea, l’OS a 12 mesi è stata del 63% e quella a 2 anni del 47%, mentre in quelle trattate col farmaco in seconda linea o in linee successive le percentuali corrispondenti sono risultate inferiori e pari, rispettivamente, al 37% e 18%.
Per le pazienti IC2/3, l’OS a 12 mesi è risultata del 45%, mentre in quelle con bassa o nessuna espressione di PD-L1 (IC0/1) è stata del 37%.
Solo l'11% delle pazienti ha manifestato eventi avversi correlati al trattamento di grado 3 o superiore e solo il 3% ha sospeso il trattamento a causa di effetti collaterali.

Un messaggio chiave dello studio, ha spiegato Schmid, è che la durata mediana della risposta è stata di 21 mesi, e ciò è molto significativo in questo setting di malattia. Un altro punto importante, ha sottolineato l’autore, è che “la sopravvivenza globale è risultata significativamente più lunga rispetto a ciò che vediamo con la chemioterapia”.