Nelle donne con un cancro al seno triplo negativo, un profilo di espressione genica caratteristico del sottotipo simil-basale non può essere utilizzato per selezionare per la chemioterapia neoadiuvante. A suggerito sono risultati dello studio di fase II CALGB/Alliance 40603, presentati al recente San Antonio Breast Cancer Symposium (SABCS), in Texas.

Nelle donne con un tumore triplo negativo (negativo sia ai recettori degli estrogeni, sia a quelli del progesterone sia al recettore HER2), il beneficio ottenuto dalla terapia con carboplatino non ha mostrato differenze significative nei vari sottotipi.

In quelle con tumori di sottotipo basale, il trattamento con carboplatino ha migliorato la risposta patologica completa rispetto al non trattamento con il chemioterapico (61% contro 47%; OR 1,76, P = 0,014).

I tumori non basali hanno mostrato un OR simile (1,67) anche se non significativo, in caso di trattamento con l'agente chemioterapico, probabilmente a causa di una prevalenza inferiore al previsto di questi tumori (13%) nel campione studiato.

"Per quanto riguarda il carboplatino, nelle analisi effettuate finora non abbiamo identificato un sottogruppo nel quale appare un chiaro beneficio oppure il contrario” ha detto il primo firmatario dello studio, William M. Sikov, della Brown University di Providence, in un’intervista.

Lo studio prevedeva anche un trattamento di alcune pazienti con l’anti-VEGF bevacizumab e ha mostrato che si ottengono risultati migliori nelle pazienti con un tumore simil-basale.

In questo sottogruppo, la risposta patologica completa è stata del 64% nelle donne trattate con l’anticorpo contro 45% in quelle non trattate con questo farmaco (OR 2,15, P = 0,0009).

Per gli altri sottotipi di cancro al seno triplo negativo, combinati in un unico gruppo, il risultato è stato numericamente opposto, anche se non statisticamente significativo (43% contro 60; OR 0,50; P = 0,25).

Questi risultati, a detta dello stesso autore, non faranno cambiare la pratica clinica.

"Anche se molti oncologi stanno aggiungendo carboplatino al trattamento standard, nessuno sta aggiungendo bevacizumab" perché "non è stato approvato in questo setting, è costoso e ha una maggiore tossicità” ha osservato Sikov.

L’autore ha aggiunto che per quanto riguarda l’anticorpo ci vorrebbe un outcome molto più forte per giustificare un ulteriore studio e vedere se provare ad aggiungerlo a un regime standard.

Sikov ha specificato, inoltre, che in uno lavoro presentato al SABCS dello scorso anno, con bevacizumab si sono ottenuti risultati misti. Molto meglio quelli ottenuti con carboplatino.

Joanne Mortimer, co-direttrice del Breast Cancer Program presso il centro City of Hope di Duarte, in California., ha dichiarato che i risultati ottenuti sul sottotipo simil-basale sono tali più da generare ipotesi che far cambiare la pratica clinica.

"Tutti noi vogliamo sapere quando carboplatino e bevacizumab sono utili. Dal punto di vista biologico è sensato che questi due farmaci siano attivi, ma i dati finora non ci hanno aiutato a capire in quale sottotipo di pazienti" ha commentato l’esperta.

Sikov si è detto ottimista sul fatto che ulteriori analisi possano svelare quali siano questi sottotipi, magari valutando lo stato delle mutazioni dei geni BRCA o il deficit dei meccanismi di ricombinazione omologa.

La risposta patologica completa è un endpoint ad interim controverso, ha poi riconosciuto Sikov, tuttavia, “è quello che si può valutare in questo momento" ha aggiunto, specificando che il suo gruppo intende misurare anche la sopravvivenza libera da recidiva e la sopravvivenza globale, sebbene lo studio non sia dimensionato per mostrare una differenza in questo outcome. Per valutarli, ci vorrebbe uno studio con più di 360 pazienti.

Nel lavoro presentato ds Sikov, tutte le pazienti sono state trattate per 12 settimane con paclitaxel, seguito da quattro cicli di doxorubicina ‘dose-dense’ e ciclofosfamide. Successivamente, sono state nuovamente randomizzate in modo da non fare nessun ulteriore trattamento neoadiuvante oppure essere trattate con il solo bevacizumab, il solo carboplatino o entrambi i farmaci.

Le partecipanti sono state quindi operate per rimuovere il tumore e poi sottoposte alla radioterapia. Qualsiasi trattamento sistemico adiuvante era a discrezione del medico.

Tutti e cinque i profili di espressione genica esaminati, che riflettevano la presenza di linfociti infiltranti il tumore, sono risultati associati a una risposta patologica completa sia nell’intero campione sia nel gruppo con tumori simil-basali.

Diversi altri profili di espressione genica, considerati caratteristici di una malattia più aggressiva, sono risultati predittivi sia di una risposta patologica completa complessiva sia di un maggior beneficio di bevacizumab. Tra questi c’erano un profilo indicativo di proliferazione genica elevata, uno indicativo di bassa espressione del gene degli estrogeni.

Ma nessuno dei profili è risultato predittivo di un beneficio maggiore in termini di risposta patologica completa con carboplatino o nel sottogruppo di tumori simil-basali.

"Chiaramente, quel che dobbiamo fare è iniziare a pianificare terapie e sperimentazioni cliniche che ruotino attorno a una vera identificazione dei tumori basali, dal momento che non tutti i tumori tripli negativi sono di questo tipo" ha concluso la Mortimer. "Se questo è un segnale che questi farmaci danno un beneficio, dobbiamo iniziare a identificare i sottotipi tumorali in queste pazienti e a studiarli come singole popolazioni".

W.M. Sikov. Impact of intrinsic subtype by PAM50 and other gene signatures on pathologic complete response (pCR) rates in triple-negative breast cancer (TNBC) after neoadjuvant chemotherapy (NACT) +/-carboplatin (Cb) or bevacizumab (Bev): CALGB 40603/150709 (Alliance). SABCS 2014; abstract S4-05.