L'aggiunta di bevacizumab alla chemioterapia ha prolungato in modo significativo la sopravvivenza, sia globale (OS) sia libera da progressione (PFS), rispetto alla sola chemio, in un gruppo di donne con un cancro del collo dell’utero in fase avanzata nello studio GOG 240, un trial di fase III appena pubblicato sul New England Journal of Medicine. In particolare, l’aggiunta del biologico ha migliorato l’OS di circa 4 mesi.

I risultati del trial, che è stato finanziato dal National Cancer Institute (NCI), erano già stati presentati durante la sessione plenaria dell’ultimo congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO), dove erano stati descritti come "tali da far cambiare la pratica clinica", cosa che in effetti è avvenuta quasi subito.

Un mese dopo la riunione dell’ASCO, infatti, il National Comprehensive Cancer Network (NCCN) ha aggiornato le sue linee guida sulla gestione del cancro del collo dell'utero in modo da includere la combinazione di bevacizumab e chemioterapia tra le terapie adiuvanti.

“Lo studio è il primo a dimostrare un beneficio di sopravvivenza in donne con un cancro della cervice uterina trattate con un farmaco mirato” ha commentato Carol Aghajanian, del Memorial Sloan-Kettering Cancer Center in New York City. Ed è anche “un ottimo esempio di soldi spesi bene dal NCI e dei risultati che si possono ottenere nei trial realizzati da gruppi cooperativi” ha aggiunto l’oncologa, la quale ha poi osservato che questo tumore colpisce donne giovani, spesso madri di figli ancora piccoli.

“I risultati ottenuti rappresentano un passo avanti molto significativo e si dimostreranno importanti per la pratica clinica” ha affermato, inoltre, la specialista.

Lo studio ha coinvolto ha coinvolto 452 pazienti con un tumore primario del collo dell'utero in stadio IVB recidivante o persistente, malattia misurabile, GOG performance status pari a 0-1, non ancora sottoposte ad alcuna chemioterapia per la recidiva.

L’arruolamento è iniziato il 6 aprile 2009 e si è chiuso il 3 gennaio 2012, coinvolgendo diversi centri oncologici situati negli Stati Uniti e in Spagna. Le partecipanti sono state suddivise in quattro bracci e trattate ogni 21 giorni fino ad avere una risposta completa oppure fino alla progressione della malattia o alla comparsa di una tossicità inaccettabile.

Il primo e il terzo braccio sono stati trattati rispettivamente con paclitaxel 135 mg/m2 ev o 175 mg/m2 ev più cisplatino 50 mg/m2 ev oppure con paclitaxel 175 mg/m2 ev più topotecan 0,75 mg/m2 nei giorni 1-3. Il secondo e il quarto, invece, sono stati trattati con le stesse doppiette chemioterapiche, ma con l'aggiunta di bevacizumab 15 mg/kg ev.

L’OS, endpoint primario dello studio, è stata valutata nel febbraio 2012 con un'analisi ad interim prevista dal protocollo, dopo un totale di 174 decessi. Gli endpoint secondari erano la sopravvivenza libera da progressione (PFS) e la percentuale di risposta obiettiva.

Quest’analisi ha rivelato che la doppietta topotecan più paclitaxel non dà risultati migliori rispetto a quella formata da cisplatino più paclitaxel anche se gli sperimentatori hanno osservato un rischio di progressione leggermente più elevato con la prima (HR 1,39; IC al 95% 1,09-1,77).

Dal momento che il confronto tra i due regimi chemioterapici non ha mostrato differenze significative, le pazienti sono state valutate a seconda che fossero state trattate con la sola chemio oppure con la chemio più bevacizumab.

Combinando i dati dei due regimi, è emerso che l’aggiunta dell’anticorpo ha migliorato in modo significativo l’OS (17 mesi contro 13,3; HR di decesso 0,71; IC al 98% 0,54-0,95; P = 0,004 ), così come la PFS (8,2 mesi contro 5,9; HR di progressione 0,67; IC al 95 0,54-0,82).

Il miglioramento della sopravvivenza è stato definito dagli autori (guidati da da Krishnansu S. Tewari, del Chao Family Cancer Center della University of California di Irvine, in California) “clinicamente significativo, in una popolazione di pazienti che non rispondono molto bene alla chemioterapia” e per le quali ci sono poche opzioni disponibili.

L’aggiunta del biologico ha portato anche a un miglioramento significativo della percentuale di risposta obiettiva, che è stata del 48% (con 28 risposte complete) nel gruppo trattato anche con bevacizumab a fronte di un 36% (con 14 risposte complete) in quello trattato con la sola chemioterapia (P = 0,00807).

"Questi dati sono molto favorevoli, rispetto a quanto ottenuto con bevacizumab nel trattamento di altri tumori" aveva commentato Gottfried Konecny, dellaUniversity of California Los Angeles, durante la presentazione dello studio all’ASCO.

Tuttavia, l'aggiunta di bevacizumab alla chemioterapia ha portato a un aumento degli effetti collaterali. L'ipertensione di grado 2 o superiore è risultata significativamente più frequente nelle pazienti trattate con bevacizumab (25% contro 2%; P < 0,001 ), ma non nessuna ha interrotto il trattamento con il biologico per questo motivo, sottolineano gli autori.

Anche le fistole gastrointestinali o urogenitali di grado 3 o superiore sono state più comuni nel gruppo trattato con l’anticorpo (6% contro 0%; P = 0,002 ), così come gli eventi tromboembolici di grado 3 o superiore (8% contro 1%; P = 0,001).

L’incidenza degli eventi avversi fatali, invece, è stata identica con bevacizumab e senza (1,8%).

Concludendo la sua presentazione al congresso dell’ASCO, Tewari aveva detto che lo studio GOG 240 “ha fatto tris”, dal momento che si sono ottenuti miglioramenti significativi dell’OS, della PFS e della percentuale di risposta, e che gli eventi avversi osservati con l'aggiunta di bevacizumab sono stati tutti effetti collaterali noti e con un’incidenza inferiore al 10%.

K. Tewari, et al. Improved Survival with Bevacizumab in Advanced Cervical Cancer. N Engl J Med. 2014;370:734-743; doi: 10.1056/NEJMoa1309748.
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Alessandra Terzaghi