Possibile effetto scudo dei bifosfonati orali nei confronti del carcinoma endometriale, analogamente a quanto già suggerito per il tumore al seno. Infatti, un ampio studio prospettico, uscito di recente sul Journal of Clinical Oncology, evidenzia un’associazione tra impiego dei bifosfonati per os per il trattamento o la prevenzione dell'osteoporosi nelle donne in postmenopausa e riduzione del rischio di tumore all'endometrio.

In questo studio, il tasso grezzo di incidenza del carcinoma endometriale è risultato pari a 12 per 10.000 anni-persona nelle donne che non prendevano bifosfonati contro 8 per 10.000 anni-persona tra quelle che li assumevano.

Peraltro, il lavoro appena uscito non è il primo a suggerire un possibile effetto protettivo di questi farmaci nei confronti del tumore all’utero. Già nel dicembre scorso, un’analisi dello studio PLCO (Prostate, Lung, Colorectal, and Ovarian Cancer Screening Trial), pubblicata sulla rivista Cancer, aveva dato un risultato che va nella stessa direzione.

L’analisi, eseguita su un campione di 23.485 donne, aveva messo in luce una riduzione di quasi il 50% dell’incidenza del tumore all'endometrio tra le donne esposte ai bifosfonati, e gli autori avevano concluso che erano necessari ulteriori studi in cui si tenesse conto di altri possibili fattori confondenti e con un campione ancora più ampio, per valutare con maggior sicurezza l’effetto di questi agenti sul carcinoma endometriale.

Detto, fatto. Nel lavoro uscito ora sul Jco, Polly A. Newcomb, del Fred Hutchinson Cancer Research Center di Seattle e altri ricercatori hanno analizzato 89.918 donne in post-menopausa partecipanti allo studio Women’s Health Initiative (WHI), valutando in questa coorte la relazione tra utilizzo dei bifosfonati e rischio di tumore all’endometrio. Per farlo, hanno registrato regolarmente l’impiego di bifosfonati al basale e durante il follow-up.

Tutte le donne, all'inizio dello studio, avevano un utero intatto. L’impiego dei bifosfonati orali è aumentato nel tempo, passando dal 2%, al basale, al 10% dopo 6 di follow-up. L’agente più utilizzato (in oltre il 90% dei casi) è risultato l’alendronato.

Durante un follow-up mediano di 12,5 anni, nella coorte studiata sono stati diagnosticati 1123 casi di carcinoma endometriale invasivo incidente, di cui 53 tra le utilizzatrici dei bifosfonati e 1070 tra le non utilizzatrici.

Aggiustando i dati in modo da tenere conto dell’età, l'hazard ratio (HR) di tumore all’utero associato all'uso dei bifosfonati è risultato pari a 0,76 (P < 0,01)

Secondo l’analisi multivariata in cui si è tenuto conto del peso e di altri fattori di confondimento, tra cui il rischio di frattura, l’aver fatto mai fatto uso di bifosfonati è risultato associato a una riduzione del rischio di cancro all’endometrio del 20% (HR aggiustato 0,80; P = 0,05), e del 23% nel caso il bifosfonato fosse l’alendronato (HR aggiustato 0,77; P = 0,03), senza che si siano osservate interazioni significative con l’età, l’indice di massa corporea o l’indicazione d’uso.

Inoltre, gli HR sono risultati simili a prescindere dalla durata del trattamento con i bifosfonati, e pari a 0,73 in caso di terapia inferiore all’anno, 0,75, in caso di terapia di durata compresa tra 12 mesi e 3 anni, e 0,77 con un trattamento per oltre 3 anni, secondo l’analisi aggiustata in base all’età. Gli HR corrispondenti calcolati mediante l’analisi multivariata sono risultati pari, rispettivamente, a 0,85, 0,81, 0,76.

“I nostri i risultati suggeriscono che l'uso di bifosfonati è associato a una riduzione modesta, ma significativa, del rischio di cancro all'endometrio nelle donne in postmenopausa, un risultato coerente con l'associazione inversa evidenziata tra uso di questi farmaci e rischio di cancro al seno” concludono la Newcomb e i colleghi.

Alessandra Terzaghi

P.A. Newcomb, et al. Oral Bisphosphonate Use and Risk of Postmenopausal Endometrial Cancer. J Clin Oncol. 2015; doi: 10.1200/JCO.2014.58.6842.
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