Ca alla prostata a rischio basso-intermedio, aggiungere l'ADT alla radioterapia non allunga la vita

L'aggiunta della terapia di deprivazione androgenica (ADT) alla moderna radioterapia con intensificazione della dose non migliora la sopravvivenza rispetto alla sola radioterapia negli uomini con un cancro alla prostata a rischio basso o intermedio. È quanto emerge da uno studio retrospettivo americano pubblicato di recente su Cancer.

L'aggiunta della terapia di deprivazione androgenica (ADT) alla moderna radioterapia con intensificazione della dose non migliora la sopravvivenza rispetto alla sola radioterapia negli uomini con un cancro alla prostata a rischio basso o intermedio. È quanto emerge da uno studio retrospettivo americano pubblicato di recente su Cancer.

Vari studi randomizzati hanno dimostrato che l'aggiunta dell’ADT alla radioterapia migliora la sopravvivenza negli uomini con un cancro alla prostata aggressivo, ma l’impiego dell’ADT nei casi a rischio intermedio è più controverso. È importante sottolineare che il termine "rischio intermedio" coinvolge una vasta gamma di pazienti con prognosi variabili.

" È ormai comunemente accettato che un sottogruppo di pazienti con malattia a rischio intermedio o basso sulla base delle caratteristiche cliniche ha outcome più favorevoli" rispetto ai pazienti a rischio complessivo intermedio studiati nei trial precedenti, spiegano nell’introduzione gli autori, guidati da Ronald C. Chen, della University of North Carolina di Chapel Hill.

Chen e i colleghi hanno quindi provato a valutare se questi uomini a rischio basso o intermedio beneficino davvero dell’aggiunta dell’ADT alla moderna radioterapia e a tal fine hanno analizzato 18.598 pazienti registrati nel National Cancer Data Base. Il rischio intermedio è stato definito in base ai livelli di antigene prostatico specifico (PSA), Gleason score della biopsia, stadio clinico T sulla base delle linee guida del National Comprehensive Cancer Network (NCCN) ed erano ritenuti a rischio intermedio i pazienti con un solo fattore di rischio negativo (livelli di PSA pari a 10-20 ng/ml o Gleason score pari a 7).

L'uso concomitante dell’ADT con la radioterapia nel campione studiato è diminuito nel corso del tempo; la percentuale di pazienti trattati in questo modo è passata, infatti, dal 43,5% del 2004 al 39,5% del 2007 (P < 0,001). In un'analisi non aggiustata, l'impiego dell’ADT è risultato addirittura associato a un rischio significativamente più elevato di decesso (HR 1,09; IC al 95% 1,01-1,17; P = 0,029).

I risultati relativi alla sopravvivenza globale (OS) aggiustati in base all’indice di propensione hanno mostrato curve di sopravvivenza sovrapponibili per i pazienti sottoposti solo alla radioterapia e quelli trattati anche con la terapia endocrina. L’OS a 5 anni è risultata dell’89,6% nel primo gruppo e 90,1% nel secondo; dopo 8 anni, le percentuali di OS erano rispettivamente del 78,4% e 77,7%. "In nessun sottogruppo si è trovata una differenza significativa in termini di OS" scrivono Chen e i colleghi.

Inoltre, l’analisi multivariata non ha trovato alcuna associazione significativa tra l’aver fatto l’ADT e l’OS (HR 0,99; IC al 99% 0,91-1,07; P = 0,768). L'analisi non ha evidenziato associazioni nemmeno tra l’indice di comorbidità, l’età, lo stadio della malattia e la mortalità.

"Questo studio è clinicamente rilevante e offre direttamente informazioni su un ambito attualmente oggetto di polemiche significative" concludono gli autori.

In un editoriale di accompagnamento, Florence K. Keane, e Anthony V. D'Amico, rispettivamente della Harvard Medical School e del Dana-Farber Cancer Institute di Boston, sottolineano che "la decisione di escludere l’ADT deve essere personalizzata e prevedere un'attenta valutazione degli specifici fattori di rischio di cancro alla prostata di ciascun paziente".

A.D. Falchook, et al. Evaluation of the effectiveness of adding androgen deprivation to modern dose-escalated radiotherapy for men with favorable intermediate-risk prostate cancer. Cancer 2016; doi: 10.1002/cncr.30049
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