In uno studio monocentrico presetnato di recente a Orlando, durante il Genitourinary Cancers Symposium, utilizzare la sorveglianza attiva per monitorare gli uomini con un cancro alla prostata a rischio intermedio ha portato a un aumento di quattro volte del rischio di morire per colpa del tumore rispetto ai pazienti affetti da un cancro a basso rischio sottoposti alla stessa strategia.

Secondo gli autori, lo studio è il primo a confrontare i risultati a lungo termine dei pazienti con un cancro alla prostata a basso rischio con quelli dei pazienti a rischio intermedio, entrambi gestiti con quest’approccio conservativo.

I risultati sono stati presentati in una conferenza stampa prima del congresso e sugggeriscono che, sebbene il sovratrattamento del carcinoma prostatico a basso rischio sia ancora una realtà preoccupante, nel caso dei pazienti a rischio intermedio servono ulteriori informazioni per stabilire chi può essere gestito tranquillamente con una sorveglianza attiva e chi no.

La sorveglianza attiva è riconosciuta globalmente come standard di cura per i pazienti con un cancro alla prostata a basso rischio e anche per alcuni a rischio intermedio. Questa strategia consiste nel sottoporre i pazienti all’esame obiettivo e all’esplorazione transrettale, alla misurazione del PSA e a ripetute biopsie tumorali.

Tuttavia, l'utilità complessiva di questo approccio per i pazienti con malattia a rischio intermedio è sconosciuta a causa della mancanza di dati maturi. Per capire meglio il suo impatto tra i pazienti a rischio intermedio, i ricercatori hanno analizzato in modo prospettico la sopravvivenza globale (OS) e quella legata a cause specifiche (CSS) in 945 pazienti sottoposti a sorveglianza attiva per un tumore alla prostata tra il 1995 e il 2013.

Nel campione analizzato, 732 pazienti avevano una tumore a basso rischio e 213 un tumore a rischio intermedio (definito come un Gleason score ≥7, un PSA> 10 ng/ml o uno stadio clinico T2b/2c). I pazienti dei due gruppi sono stati seguiti per una media rispettivamente di 6,4 e 6,9 anni, e il 61,5% di quelli nel gruppo a rischio intermedio aveva un'età superiore ai 70 anni.

"Quando abbiamo confrontato il gruppo a basso rischio con quello a rischio intermedio, abbiamo trovato una differenza nella sopravvivenza globale, con un hazard ratio pari a 2,1, corrispondente a un rischio di decesso per una qualsiasi causa circa due volte più elevato per i pazienti del gruppo a rischio intermedio" ha osservato uno degli autori, Andrew Loblaw, del Sunnybrook Health Sciences Centre di Toronto, il centro dove sono stati raccolti i dati dei pazienti.

L’OS a 10 anni è risultata dell’84,2% per i pazienti con malattia a basso rischio contro 67,3% nel gruppo a rischio intermedio, mentre l’OS a 15 anni è risultata rispettivamente del 66,7% e 50,8%.

Parlando con i giornalisti, Loblaw ha detto che lui e i colleghi sono rimasti sorpresi dall’aver trovato un rischio di morire a causa del cancro alla prostata più elevato per i pazienti con malattia a rischio intermedio. In questo caso, l'hazard ratio è risultato pari a 3,75, corrispondente a un aumento del rischio di quasi quattro volte, statisticamente significativo.

La sopravvivenza al cancro alla prostata dopo 15 anni è risultata del 96,7% nel gruppo a basso rischio contro 88,5% nel gruppo a rischio intermedio (P = 0,01).

Loblaw, che assieme al suo gruppo è stato uno dei pionieri della sorveglianza attiva, ha sottolineato che i  dati confermano come, per i pazienti con un cancro alla prostata a basso rischio, questa strategia resti "un approccio molto sicuro, ragionevole e opportuno, in accordo con le raccomandazioni delle linee guida”.

Ha avvertito, tuttavia, che nonostante i fattori utilizzati nel loro centro per selezionare i pazienti a rischio intermedio da destinare alla sorveglianza attiva, si è trovato ancora, almeno nella loro analisi, un rischio più alto di morire per il cancro alla prostata in questi pazienti. Servono quindi altri studi, ha sottolineato l’oncologo, per identificare meglio i pazienti a rischio intermedio che possono essere trattati in modo conservativo. "Pensiamo che questi pazienti esistano, ma dobbiamo essere in grado di identificarli in modo riproducibile, così da poterlo farlo in sicurezza” ha aggiunto Loblaw.

Il moderatore della conferenza stampa, Charles J. Ryan, dell’Helen Diller Family Comprehensive Cancer Center, della University of California di San Francisco, si è detto d'accordo con la valutazione di Lablow e ha sottolineato la necessità di individuare ulteriori marker di rischio, tra cui marker genomici e altri biomarker che sono allo studio.

Anche Timothy Schultheiss, del City of Hope National Medical Center di Duarte, si è detto convinto che la sorveglianza attiva abbia un ruolo nella malattia a rischio intermedio. Secondo l’esperto, i soggetti adatti a quest’approccio comprendono i pazienti con un’aspettativa di vita relativamente breve, inferiore a 10 anni

"Trattare i pazienti che è molto improbabile possano morire per il cancro alla prostata significa esporli a un sovratrattamento. Penso che, per questi soggetti, la sorveglianza attiva sia un'alternativa appropriata" ha affermato Schultheiss.

H.B. Musunuru, et al. Cautionary tale of active surveillance in intermediate risk patients: overall cause-specific survival in the Sunnybrook experience. Genitourinary Cancers Symposium 2015; abstract 163.