Gli inibitori della 5-alfa-reduttasi (5-ARI) utilizzati per il trattamento dell'iperplasia prostatica benigna non aumentano il rischio di mortalità legata specificamente al cancro alla prostata né di mortalità dovuta a una qualunque causa negli uomini con un cancro alla prostata di nuova diagnosi. Lo suggerisce un ampio studio retrospettivo osservazionale su circa 14.000 uomini, pubblicato da poco sul Journal of the American Medical Association.

“I 5-ARI hanno dimostrato di essere molto efficaci nei pazienti affetti da iperplasia prostatica benigna" ha spiegato l’autore senior del lavoro Laurent Azoulay, del Jewish General Hospital di Montreal, in un’intervista. "Tuttavia, ci sono dubbi sulla loro sicurezza dopo che due ampi trial di chemioprevenzione hanno fatto emergere la preoccupazione che il loro impiego possa essere associato a un aumento del rischio di tumori alla prostata di alto grado. I nostri risultati neutri dovrebbero, invece, rassicurare i pazienti che utilizzano questi agenti".

Come ben spiegano nell’editoriale di commento William D. Figg e Ian M. Thompson, rispettivamente del National Cancer Institute di Bethesda e dello University of Texas Health Science Center di San Antonio, la Food and Drug Adiminstration, dopo aver proceduto a una rivalutazione degli studi PCPT, su finasteride, e REDUCE, su dutasteride, ha evidenziato un aumento assoluto rispettivamente dello 0,5% e dello 0,7% dell’incidenza di tumori alla prostata di alto grado (cioè con un Gleason score pari a 8-10) associato all’uso dei due agenti.

Sulla base dei risultati di questi due studi, nel 2011, l’agenzia non solo ha negato a dutasteride il via libera come farmaco per la chemioprevenzione del cancro alla prostata, ma ha anche messo in guardia contro l'uso dei 5-ARI per quest’indicazione.

Tuttavia, secondo Azoulay e i colleghi, non è ben chiaro se l’utilizzo dei 5-ARI influenzi gli outcome dei pazienti con un cancro alla prostata oppure no.

Per dissipare quest’incertezza, Azoulay e i colleghi hanno utilizzato i dati contenuti in quattro banche dati del Regno Unito (National Cancer Data Repository, Clinical Practice Research Datalink, Hospital Episodes Statistics database e Office for National Statistics database) cercando di verificare se l’aver utilizzato 5-ARI prima della diagnosi si sia associato a un maggior rischio di mortalità legata specificamente al cancro alla prostata e di mortalità dovuta a una causa qualsiasi in 13.892 uomini con un carcinoma prostatico di nuova diagnosi.

In questo campione, erano stati prescritti 5-ARI almeno 12 mesi prima della diagnosi di cancro alla prostata solo a 574 uomini (il 4,1% del campione) e la durata media del trattamento prima della diagnosi è risultata di 12,8 mesi.

Dopo aver aggiustato i dati in base alla presenza o meno di altri fattori di rischio, i ricercatori non hanno trovato una differenza significativa nella mortalità legata al cancro alla prostata tra il gruppo di uomini trattati con 5-ARI e gli uomini non trattati con questi agenti (3,76 casi per 100 anni-persona contro 3,87 per anni-persona; hazard ratio aggiustato, aHR 0,86, IC al 95% 0,69-1,06), a prescindere dal grado del tumore.

L’impiego dei 5-ARI non è risultato associato nemmeno a un aumento dell’incidenza e del rischio di decesso dovuto a qualsiasi causa rispetto al non utilizzo di questi farmaci (8,42 casi per 100 anni-persona contro 7,93 per 100 anni-persona; aHR 0,87; IC al 95% 0,75-1,00).

Si sono ottenuti risultati simili anche utilizzando un modello statistico diverso (per la mortalità legata al cancro alla prostata: aHR 0,90; IC al 95% 0,73-1,13; per la mortalità dovuta a qualsiasi causa: aHR 0,92; IC al 95% 0,80-1,07).

Inoltre, non si è trovata alcuna relazione durata-risposta tra il trattamento con 5-ARI e mortalità, sia legata al tumore alla prostata sia dovuta a qualsiasi causa.

"I risultati di questo studio avvalorano quelli di una recente analisi post-hoc dello studio PCPT in cui l'uso di finasteride non è risultato associato a un aumento del rischio di mortalità" ha detto Azoulay. "Nel loro complesso, questi studi rafforzano l'ipotesi che lo squilibrio osservato verso i tumori di alto grado negli studi originali sia probabilmente il risultato di una loro migliore individuazione e di altri meccanismi proposti".

"Riteniamo siano comunque necessari ulteriori studi ben progettati, su pazienti della vita reale, per confermare i nostri risultati" ha concluso l’autore. "Se dovessero essere replicati, allora forse le agenzie regolatorie dovrebbero rivedere le avvertenze ora riportate nel labeling".

Figg si è detto d’accordo con Azoulay e colleghi circa il fatto che i dati dovrebbero attenuare le preoccupazioni degli urologi che hanno in cura pazienti a cui servirebbe un 5-ARI circa la sicurezza di questa  prescrizione e del fatto che, utilizzando il farmaco, i pazienti non sono esposti a un aumento del rischio di sviluppare un cancro alla prostata di alto grado aggressivo.

Anche Figg, inoltre, si è detto convinto che l’Fda debba rivalutare l’avvertenza attualmente ripportata nei foglietti illustrativi di questi farmaci secondo la quale’l’'inibitore della 5-alfa reduttasi può aumentare il rischio di una forma più grave di cancro alla prostata’.

L. Azoulay, et al. 5α-Reductase Inhibitors and the Risk of Cancer-Related Mortality in Men With Prostate Cancer. JAMA Oncol. 2015. doi:10.1001/jamaoncol.2015.0408.
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