Negli uomini con un cancro alla prostata non metastatico di nuova diagnosi l’assunzione di aspirina non è associata a una riduzione della mortalità, né quella complessiva né quella legata specificamente al tumore. Non solo. Il rischio pare addirittura aumentato nel caso in cui l’assuzione sia iniziata dopo la diagnosi. È questa la conclusione di un ampio studio di popolazione su uomini inglesi, pubblicato sul numero di aprile del Journal of Urology.

"È probabile che il rischio osservato sia dovuto ad alcuni fattori confondenti" ha detto uno dei tre firmatari del lavoro Laurent Azoulay, della McGill University di Montreal. Per esempio, ha spiegato l’autore, è possibile che gli uomini che iniziano l'aspirina dopo la diagnosi di cancro alla prostata abbiano altre condizioni associate a una sopravvivenza peggiore.

Già altri studi osservazionali, in passato, hanno valutato l'associazione tra uso di aspirina e outcome del cancro alla prostata, con risultati alterni. Questi lavori, ha ricordato Azoulay, avevano "importanti limiti metodologici che hanno esagerato i potenziali effetti del farmaco negli uomini colpiti da un cancro alla prostata. Utilizzando metodi appropriati, abbiamo visto che l'impiego di aspirina non si è associato ad alcun effetto protettivo. Ciò getta qualche dubbio sui potenziali effetti antitumorali di questo farmaco in questa popolazione di pazienti”.

Utilizzando il National Cancer Data Repository, il Clinical Practice Research Datalink e altre banche dati, i ricercatori hanno identificato 11.779 uomini con un carcinoma prostatico non metastatico diagnosticato tra il 1998 e il 2009. L'età media al momento della diagnosi era di 71,3 anni.

Durante un follow-up medio di 5,4 anni, 1793 uomini sono morti di cancro alla prostata e 3502 morti per una causa qualsiasi.

In generale, l'uso di aspirina negli uomini con una diagnosi recente di carcinoma prostatico è risultato associato a un aumento del 46% del rischio di decesso dovuto al cancro (hazard ratio, HR, 1,46; IC al 95% 1,29-1,65) e a un aumento del 37% del rischio di decesso dovuto a una qualsiasi causa (HR 1,37; IC al 95% 1,26-1,50), senza, però, che sia emersa alcuna relazione tra durata del trattamento e risposta.

Tuttavia, l'aumento del rischio, è risultato limitato ai pazienti che hanno iniziato l'aspirina dopo la diagnosi, sia per quanto riguarda la mortalità legata al cancro alla prostata (HR 1,84; IC al 95% 1,59-2,12) sia per quanto riguarda la mortalità complessiva (HR 1,70; IC al 95% 1,53-1,88). Invece, non si è osservato nessun aumento del rischio nei pazienti prendevano già il farmaco anche prima della diagnosi; un risultato, questo, coerente con quello di altri tre studi osservazionali.

Uno studio pubblicato lo scorso anno sul Journal of Clinical Oncology aveva mostrato una diminuzione della mortalità legata cancro alla prostata in pazienti ad alto rischio (HR, 0,60; IC al 95% 0,37-0,99). Azoulay e gli altri autori hanno eseguito un’analisi simile, ma non sono riusciti a replicare questo risultato.

"Nel loro insieme, questi risultati non depongono a favore di un’associazione protettiva tra uso di aspirina e rischio di decesso dovuto al cancro alla prostata o a una causa qualsiasi” scrivono i ricercatori.

"Non è pratica comune prescrivere l'aspirina al solo scopo di prevenire il decesso negli uomini con un cancro alla prostata" ha osservato Azoulay. "Il farmaco è usato comunemente nei pazienti con patologie cardiovascolari, nei quali offre benefici dimostrati, e i nostri risultati nulli non dovrebbero modificare questa pratica" ha aggiunto l’autore.

Nella discussione, Azoulay e gli altri due autori avanzano l’ipotesi che l'uso di aspirina dopo la diagnosi di tumore alla prostata sia correlato alla progressione del tumore. I tre osservano che alcuni trattamenti contro il carcinoma prostatico, come la terapia di deprivazione androgenica, sono associati a un aumento del rischio di eventi cardiovascolari e, "quindi, è possibile che la prescrizione di aspirina sia stata il risultato di eventi avversi correlati al trattamento, che sono essi stessi associati a una progressione maggiore della malattia".

Pur avendo aggiustato i dati tenendo conto di più di 30 potenziali fattori confondenti, c’è comunque la possibilità di un confondimento residuo, segnalano i ricercatori.
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Kevin Choe, della University of Texas Southwestern Medical School di Dallas, non coinvolto in questo studio, ma che a sua volta ha studiato l'impiego dell’aspirina negli uomini con un cancro alla prostata, ha commentato il lavoro dei tre colleghi dicendo che presenta "diverse lacune". Per esempio, ha detto l’esperto, “ci sono fattori clinici noti per essere fattori prognostici molto potenti per il cancro alla prostata, tra cui il grado di Gleason e il valore del PSA. In questo studio, mancavano questi dati chiave in più del 50% dei pazienti, per cui non se ne è potuto tenere conto nell’analisi".

Anche Azoulay e i colleghi riconoscono queste limitazioni e anche altre, tra cui il follow-up relativamente breve (5,4 anni) e l’età media avanzata dei pazienti all'inizio dello studio (71,3 anni). Pertanto, ha concluso il ricercatore, “sono necessari ulteriori studi ben condotti, per far luce sugli effetti dell’aspirina negli uomini con un cancro alla prostata."

J. Assayag, et al. The Use of Aspirin and the Risk of Mortality in Patients with Prostate Cancer. J Urol. 2015;193:1220-1225.
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