Ca alla prostata, prognosi e risposta al trattamento diverse in sottotipi molecolari differenti

Dividere il cancro alla prostata in tre categorie - luminale A, luminale B e basale - sulla base del sottotipo molecolare permette di identificare differenze sia nella prognosi sia nella risposta al trattamento. Lo evidenzia uno studio che ha combinato una coorte retrospettiva e una coorte prospettica, pubblicato di recente su JAMA Oncology.

Dividere il cancro alla prostata in tre categorie - luminale A, luminale B e basale – sulla base del sottotipo molecolare permette di identificare differenze sia nella prognosi sia nella risposta al trattamento. Lo evidenzia uno studio che ha combinato una coorte retrospettiva e una coorte prospettica, pubblicato di recente su JAMA Oncology.

"All’inizio si pensava che il cancro alla prostata derivasse dalle cellule luminali ghiandolari; tuttavia, ci sono evidenze crescenti che anche le cellule basali possono svolgere un ruolo nella carcinogenesi della prostata" scrivono Felix Y. Feng, dell’Helen Diller Family Comprehensive Cancer Center presso la University of California di San Francisco, e i colleghi.

Altri tumori, tra cui quelli al seno e alla vescica, possono essere definiti a livello molecolare in base a questi tipi di cellule e gli autori hanno ipotizzato che il classificatore PAM50 potesse essere utilizzato per suddividere in sottotipi anche il cancro alla prostata.

Lo studio è stato fatto su una coorte retrospettiva di 1567 campioni di cancro alla prostata, con un follow-up mediano di 10 anni, e 2215 campioni raccolti in modo prospettico. Utilizzando il classificatore PAM50 gli autori sono riusciti a suddividere i pazienti in tre categorie: con tumore luminale A (il 34,3% nella coorte retrospettiva e il 33,3% in quella prospettica), con tumore luminale B (il 28,5% nella coorte retrospettiva e il 32,6% in quella prospettica) e con tumore basale (il 37,1% nella coorte retrospettiva e il 34,1% in quella prospettica).

"I pazienti con tumori luminali B hanno mostrato costantemente risultati peggiori per tutti gli endpoint rispetto a quelli con tumori luminali A e basali" scrivono gli autori. Il tasso attuariale di sopravvivenza senza ricaduta biochimica è risultato del 29% per i pazienti con tumori luminali B, 41% per quelli con tumori luminali A e 39% per quelli con tumori basali. Per quanto riguarda la sopravvivenza libera da metastasi a distanza (DMFS), i tassi corrispondenti sono risultati del 53% per i pazienti con tumori luminali B e 73% sia per quelli con tumori luminali A sia per quelli con tumori basali.

Risultati simili anche per la sopravvivenza legata specificamente al cancro alla prostata (PCSS), con un tasso attuariale a 10 anni del 78% per i pazienti con tumori luminali B contro 89% per quelli con tumori luminali A e 86% per quelli con tumori basali, mentre per quanto riguarda la sopravvivenza globale (OS) i tassi corrispondenti sono risultati rispettivamente del 69%, 82% e 80%.

In base all’analisi multivariata, l’HR di DMFS nei pazienti con tumori luminali A rispetto ai pazienti con tumori luminali B è risultato pari a 0,55 (IC al 95% 0,43-0,69, P < 0,001) e quello dei pazienti con tumori basali rispetto ai pazienti con tumori luminali B pari a 0,66 (95% CI, 0,53-0,82; P <0,001), mentre, per quanto riguarda la PCSS, l’HR dei pazienti con tumori luminali A rispetto ai pazienti con tumori luminali B è risultato pari a 0,50 (IC al 95% 0,35-0,71; P < 0,001) e quello dei pazienti con tumori basali non è risultato significativamente migliore.

La suddivisione nei tre sottotipi ha anche evidenziato che ci sono differenze nella risposta al trattamento. In un sottoinsieme della coorte retrospettiva, nei pazienti con tumori luminali B trattati con la terapia di deprivazione androgenica (ADT) il tasso di metastasi di 10 anni è risultato del 33% contro 55% nei pazienti con lo stesso sottotipo di tumore non sottoposti all’ADT, mentre in quelli con tumori di un sottotipo diverso dal luminale B, il tasso corrispondente è risultato del 37% nei pazienti trattati con l’ADT contro 21% in quelli non sottoposti a questa terapia (P = 0,006 per l'interazione).

"Crediamo che questo lavoro rappresenti non solo un significativo passo avanti nella nostra comprensione dell’eterogeneità del cancro alla prostata, ma evidenzi anche un potenziale sistema di classificazione che può consentire di identificare i pazienti che beneficiano dell'ADT post-operatoria su una piattaforma clinica e fornire indicazioni per personalizzare la cura del paziente" concludono Feng e i colleghi.

In un editoriale di accompagnamento, Wassim Abida e Howard I. Scher, del Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York, scrivono che lo studio "serve come modello per lo sviluppo di biomarker" e che solleva questioni riguardanti i potenziali driver di un tumore prostatico precoce aggressivo.

"Con la ricchezza di dati genomici e clinici integrativi attualmente disponibili, ci aspettiamo di vedere un'applicazione crescente della classificazione molecolare nella valutazione della risposta al trattamento, che dovrebbe portare alla selezione del trattamento guidata dai biomarker per i pazienti con tumore alla prostata" scrivono i due esperti.