In uno studio osservazionale di tipo retrospettivo su una coorte di uomini sottoposti a prostatectomia radicale, appena pubblicato online su BJU International, l’impiego di statine nel post-operatorio è risultato associato a una riduzione del rischio di recidiva biochimica, cioè di rialzo dei valori di PSA.

Il dato rappresenta in realtà una conferma di quanto già osservato in passato in altri studi epidemiologici, da quali era emerso che l'uso delle statine non influenza l'incidenza del cancro della prostata, ma potrebbe ridurre il rischio di progressione clinica e di decesso correlato alla malattia.

Uno studio sperimentale uscito nel 2012 sull'effetto di diverse statine sulla diffusione delle cellule tumorali della prostata all'osso, che è una delle principali preoccupazioni per gli uomini colpiti da un carcinoma prostatico a causa della letalità delle metastasi, è arrivato alla stessa conclusione.

Tuttavia, per ‘promuovere’ le statine  a terapia adiuvante per il cancro alla prostata serve, ovviamente, uno studio clinico controllato e randomizzato.

Nell’introduzione, gli autori spiegano che le statine hanno un "chiaro effetto" sulla riduzione della migrazione delle cellule tumorali e della successiva colonizzazione delle ossa.

Tuttavia, ricordano, non tutte le statine sono uguali e l'effetto protettivo è limitato alle statine lipofile (come atorvastatina, lovastatina e simvastatina), in grado di diffondere liberamente attraverso le membrane cellulari, a differenza di quelle idrofile (come, pravastatina, rosuvastatina e fluvastatina).

Lo studio appena pubblicato è stato fatto su 1146 uomini sottoposti a prostatectomia radicale, identificati nel database del Shared Equal Access Regional Cancer Hospital (SEARCH). In questa coorte, i ricercatori hanno confrontato retrospettivamente l’incidenza della recidiva biochimica negli uomini che avevano iniziato a prendere le statine dopo l'intervento chirurgico e in quelli che non hanno mai preso questi ipolipemizanti.

Nel commentare lo studio, Kathryn Wilson, dell’Harvard University di Boston, ha sottolineato come la tempistica di assunzione delle statine sia molto importante. "La questione clinica centrale è se l'aggiunta delle statine dopo la diagnosi o dopo il trattamento possa essere di beneficio per i pazienti affetti da cancro alla prostata” ha detto l’esperta.

Da questo punto di vista, ha spiegato la Wilson, i risultati dello studio sono in contrasto con quelli della maggior parte degli altri lavori relativi alla questione della tempistica.

"Penso che l'approccio di valutare l’effetto delle statine in pazienti naïve sia interessante. Gli studi precedenti in cui sia era valutato l’effetto di questi farmaci sia prima sia dopo la diagnosi uso hanno mostrato per lo più un beneficio associato all'uso pre-diagnosi". ha affermato Wilson.

Nel lavoro uscito ora sul BJUI, dopo aver aggiustato i dati in funzione delle caratteristiche cliniche e patologiche, l’impiego post-operatorio delle statine è risultato associato a una riduzione del 36% del rischio di recidiva biochimica (HR 0,64; P = 0,004).

Nel complesso, l’incidenza della recidiva biochimica è risultata solo del 16% tra gli utilizzatori di statine nel post-operatorio contro 45% nei non utilizzatori. Il follow-up medio è stato di 92,7 mesi nel primo gruppo e 59,9 mesi nel secondo.

"Per verificare formalmente l'ipotesi che le statine rallentino la progressione del cancro alla prostata servono ora studi randomizzati” concludono gli autori, guidati da Stephen Freedland, della University of North Carolina di Durham.

Tuttavia, la Wilson, pur definendo lo studio "solido" , ne ha anche messo in evidenza diverse lacune, tra cui, sopra a tutto, la scelta come outcome primario della recidiva biochimica, che, a detta della specialista, è "un indicatore  molto debole di decesso dovuto al cancro alla prostata”.

Solo circa un terzo degli uomini che vanno incontro a una recidiva biochimica muore poi a causa del cancro alla prostata, ha spiegato la Wilson, aggiungendo che ci sono molti esempi di studi in cui si sono trovate associazioni con il cancro alla prostata fatale, ma non per la recidiva biochimica.

Inoltre, ha detto l’oncologa, bisognerebbe ripetere lo studio in altre popolazioni di pazienti con un carcinoma alla prostata metastatico o letale utilizzando lo stesso outcome primario.

La specialista ha anche sottolineato come il gruppo di utilizzatori delle statine sia stato seguito più a lungo e avesse caratteristiche patologiche più favorevoli (in termini di grado, stadio e margini chirurgici ), per cui è possibile questo gruppo fosse “più sano, con una prognosi più favorevole e forse con meno comorbidità”.

Anche Freedland e i suoi colleghi nella discussione segnalano una possibile disparità nascosta circa lo stato di salute dei due gruppi, in quanto è plausibile, dicono, che nel momento in cui sono state prescritte loro le statine questi uomini si siano convinti ad adottare uno stile di vita più sano, cambiando la dieta, perdendo peso e iniziando a praticare attività fisica.

Pertanto, ha detto Freeland in un’intervista, “potremmo essere in grado di rallentare la progressione del cancro alla prostata sia con le statine sia con lo stile di vita sano che si adotta quando si inizia una statina. Se fosse vero, i dati suggeriscono che si potrebbe agire sulle recidive con i farmaci, con lo stile di vita o con entrambi".

E.H. Allott, et al. Postoperative statin use and risk of biochemical recurrence following radical prostatectomy: results from the Shared Equal Access Regional Cancer Hospital (SEARCH) database. BJU International 2014; doi: 10.1111/bju.12720.
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Alessandra Terzaghi