Oncologia-Ematologia

Ca alla prostata, statine prima della deprivazione androgenica ritardano la progressione

In uno studio pubblicato da poco su JAMA Oncology, gli uomini affetti da cancro alla prostata che già prendevano le statine nel momento in cui hanno iniziato la terapia di deprivazione androgenica (ADT) hanno mostrato di andare in progressione 10 mesi più tardi rispetto a quelli che non prendevano gli anticolesterolo.

Nell’introduzione, gli autori del lavoro spiegano che “si sa poco dell’impatto dell'uso delle statine e della durata della risposta all’ADT, che è la pietra angolare del trattamento per il cancro alla prostata ormono-sensibile metastatico”.

Studi precedenti hanno suggerito che l'impiego delle statine potrebbe essere correlato a una minore incidenza di cancro alla prostata e che gli uomini trattati con questi ipolipemizzanti potrebbero avere esiti clinici migliori.

Sia le statine sia i precursori degli androgeni sono substrati del trasportatore SLCO2B1, che consente a diverse macromolecole, tra cui ormoni e composti antitumorali, di entrare nelle cellule. Dopo la progressione della malattia da ormonosensibile a resistente alla castrazione, le cellule tumorali della prostata mostrano un aumento dell’espressione di questo trasportatore e varianti genetiche di SLCO2B1 sono risultate correlate alla durata della risposta all’ADT. Si pensa che tali varianti consentano l’ingresso nelle cellule tumorali di una quantità maggiore o minore di androgeni.

I ricercatori, guidati da Philip W. Kantoff, del Dana-Farber Cancer Institute di Boston, hanno ipotizzato che le statine possano interferire con l’assorbimento da parte delle cellule tumorali del deidroepiandrosterone solfato (DHEAS), un substrato di SLCO2B1 precursore del testosterone, ritardando la resistenza all’ADT.

Per verificare la correttezza di tale ipotesi, hanno cercato innanzitutto di capire se vi sia effettivamente un’interazione tra statine e afflusso del DHEAS attraverso il trasportatore SLCO2B1in linee cellulari di cancro alla prostata. In secondo luogo, hanno valutato l'associazione tra progressione della malattia e impiego delle statine in un una coorte di pazienti affetti da cancro alla prostata e sottoposti all’ADT.

Gli studi di laboratorio hanno dimostrato che le statine possono bloccare l'assorbimento del legandosi competitivamente al trasportatore SLCO2B1. Il trattamento con questi anticolesterolo, quindi, si traduce probabilmente in un’inibizione competitiva del DEHAS, necessario per la crescita del tumore.

Sulla base di questi risultati, Kantoff e i colleghi hanno effettuato ulteriori analisi su un gruppo di 926 uomini con un cancro alla prostata ormono-sensibile trattati con l’ADT tra il 1996 e il 2013. Di questi, 283 (il 31%) stavano assumendo una statina quando hanno iniziato la deprivazione androgenica.

Dopo un follow-up mediano di 5,8 anni, 644 pazienti (il 70% della coorte) erano in progressione. Il tempo mediano alla progressione è risultato complessivamente di 20,3 mesi (IC al 95% 18-24). Tuttavia, la progressione della malattia è avvenuta dopo una mediana di 27,5 mesi nel gruppo che assumeva le statine (IC al 95% 21,1-37,7) contro 17,4 mesi tra coloro che non le assumevano (P < 0,0001; IC al 95% 14,9-21,1).

L’associazione tra uso delle statine e progressione più tardiva della malattia è rimasta significativa anche dopo aver aggiustato i risultati in base a fattori prognostici predefiniti, quali il Gleason score, la presenza o meno di metastasi e i livelli di antigene prostatico specifico (PSA) all'inizio dell’ADT. Negli uomini che prendevano le statine, i ricercatori hanno calcolato una probabilità di progressione della malattia inferiore del 17% rispetto agli uomini non trattati con questi ipolipemizzanti (HR aggiustato 0,83; IC al 95% 0,69-0,99; P = 0,04).

L’impiego delle statine in concomitanza con l’ADT si è dimostrato vantaggioso anche nei pazienti con malattia metastatica, nei quali si è calcolata una riduzione del rischio di progressione del 21% (HR aggiustato 0,79; IC al 95% 0,58-1,07), a fronte di una riduzione del 16% (HR aggiustato 0.84; IC al 95% 0,67-1,06) in quelli senza metastasi.

Nella discussione, gli autori spiegano che gli uomini in trattamento con le statine potrebbero avere più probabilità di essere in condizioni migliori di salute, perché si sottopongono a controlli medici regolari, il che potrebbe aver introdotto una distorsione dei risultati. Inoltre, un possibile fattore confondente è rappresentato dal contributo relativo dei diversi tipi di statine nel ritardare la progressione della malattia.

Pur tenendo conto di queste limitazioni, gli autori concludono che "il largo impiego delle statine e il loro profilo di sicurezza rendono questi farmaci una possibile terapia antitumorale interessante da usare in aggiunta agli agenti citotossici o alla deprivazione androgenica". Tuttavia, aggiungono, sono necessari studi prospettici per confermare i benefici clinici delle statine nel cancro della prostata avanzato. Attualmente sono in corso 10 studi di questo tipo.

Sono dello stesso avviso anche Jorge D. Ramos, ed Evan Y. Yu, entrambi dello University of Washington Medicine Harborview Medical Center, autori dell’editoriale di commento allo studio.

Secondo i due esperti, questi risultati non giustificano ancora l'impiego di routine delle statine contro il cancro alla prostata. “I ricercatori presentano argomenti convincenti a favore di un meccanismo d’azione biologico delle statine nel carcinoma della prostata avanzato, basato sull'inibizione competitiva dell’assorbimento di DHEAS attraverso i trasportatori codificati da SLCO2B" scrivono Ramos e Yu. "Tuttavia, è necessario uno studio prospettico randomizzato per validare i benefici clinici dell’impiego delle statine nel carcinoma della prostata avanzato”.

Inoltre, aggiungono i due editorialisti, "i ricercatori hanno effettuato un'analisi interessante che evidenzia una correlazione tra  i dati preclinici in vitro e i risultati ottenuti sui pazienti negli studi retrospettivi, fornendo così un quadro di riferimento per le prossime valutazione. Tuttavia, i dati attuali non sono sufficienti a giustificare un inserimento delle statine nella pratica clinica attuale … e sono necessari ulteriori studi".

Alessandra Terzaghi