L’aggiunta della proteina di fusione aflibercept alla chemioterapia standard (la tripletta FOLFIRI, formata da 5-fluorouracile, leucovorina e irinotecan) permette di migliorare la sopravvivenza e le percentuali di risposta rispetto alla sola chemioterapia nei pazienti con carcinoma del colon-retto metastatico, già trattati in precedenza.
Lo evidenza lo studio di fase III denominato VELOUR, di cui sono stati presentati nuovi dati a Stoccolma, durante l’ultimo European Multidisciplinary Cancer Congress, targato ECCO-ESMO. Alcuni risultati del trial erano già stati anticipati nel giugno scorso, in occasione del congresso GI-ESMO a Barcellona.

In questo studio, l’aggiunta di aflibercept alla chemioterapia standard consente di migliorare la sopravvivenza globale (OS) di circa 6 settimane e la sopravvivenza libera da progressione di 2 mesi rispetto alla sola chemio. A beneficiare dell’aggiunta sono stati sia i pazienti già trattati con bevacizumab sia quelli non trattati in precedenza con l’anticorpo.

Uno degli autori del trial, Josep Tabernero, dell’ospedale universitario Vall d'Hebron di Barcellona, ha spiegato che “l'analisi dei sottogruppi ha confermato la coerenza e la solidità dei risultati di efficacia in tutti i domini, compreso un precedente trattamento con bevacizumab", che, ha aggiunto l’oncologo, “non sembra avere un impatto significativo sul profilo di sicurezza di aflibercept".

Lo studio VELOUR è uno studio multi randomizzato ha coinvolto pazienti con carcinoma metastatico del colon-retto 1,200 progredito Questo avuto sul trattamento di prima linea. Tutti i pazienti sono stati ricevuti FOLFIRI chemioterapia e randomizzati a placebo o aflibercept. Circa il 30% dei pazienti ha avuto esposizione preventiva a bevacizumab.

Lo studio è un trial multicentrico, randomizzato, in doppio cieco e controllato con placebo, che ha valutato l’effetto dell’aggiunta di aflibarcept al regime FOLFIRI in seconda linea in pazienti con tumore al colon metastatico, dopo il fallimento di una precedente chemioterapia a base di oxaliplatino. Allo studio hanno partecipato 1.226 pazienti, di cui 612 trattati con aflibercept 4 mg/kg e 614 con placebo, in entrambi igruppi in combinazione con la tripletta FOLFIRI.
Endpoint primario era la sopravvivenza globale (OS) mentre tra gli endpoint secondari rientravano la sopravvivenza libera da progressione (PFS) e altri parametri di efficacia e sicurezza.

Dopo un follow-up mediano di 22,28 mesi, l’OS mediana è risultata di 13,5 mesi nel gruppo aflibercept contro 12,06 nel gruppo placebo (P = 0,0032) e si sono osservati vantaggi significativi anche sul fronte della PFS mediana (6,90 contro 4,67 mesi; = 0,00007) e delle percentuali di risposta complessiva (19,8% contro 11,1%; P < 0,0001).

Oltre a questi dati, Tabernero ha presentato anche i risultati di un’analisi per sottogruppi, mirata a valutare a valutare la consistenza dell’effetto di aflibercept sull’OS e sulla PFS nei diversi gruppi. L'analisi ha mostrato che i risultati complessivi non sono condizionati dal performance status al basale o da una precedente esposizione a bevacizumab, né dall’età, il sesso, la sede del centro di sperimentazione clinica, la pressione sanguigna, il numero di siti in metastasi, il coinvolgimento del fegato o la posizione del tumore primario.

Tra i pazienti trattati in precedenza con bevacizumab, l’OS mediana è stata di 12,5 mesi nel gruppo aflibercept contro 11,7 nei controlli, mentre in quelli mai esposti all’anticorpo monoclonale, l’OS mediana è stata di 13,9 mesi con aflibercept e 12,4 mesi con placebo.
Risultati simili anche per la PFS. Nei pazienti trattati precedentemente con bevacizumab la PFS mediana è stata di 6,7 mesi nel braccio aflibercept e 3,9 nel braccio placebo, mentre in quelli mai trattati col biologico, la PFS mediana è stata di 6,9 mesi nel primo gruppo e di 5,4 mesi nel secondo.

I ricercatori hanno inoltre confrontato gli eventi avversi associati all’anticorpo monoclonale nel braccio aflibercept, in funzione della precedente esposizione o meno a bevacizumab. I più comuni nei pazienti mai esposti a bevacizumab rispetto a quelli esposti sono stati proteinuria precedente (62,5% contro 61,5%), ipertensione (42,2% contro 39,6%), emorragia (37,3% contro 39,0%), disfonia (27,8% contro 19,8% ) e cefalea (23,1% contro 20,3%). Inoltre, si è avuto tromboembolismo venoso nel 9% dei pazienti mai trattati con l’anticorpo e nel 10,2% di quelli esposti in precedenza al biologico, mentre la frequenza della trombosi arteriosa è stata rispettivamente del 2,4% e del 3,2%.

Il Discussant David J. Kerr, dell'Università di Oxford in Inghilterra, commentando lo studio, ne ha lodato il rigore metodologico e il forte razionale biologico a priori per l'analisi dei sottogruppi, ma nel contempo ha detto che i risultati, per ora, non sono tali da portare a un cambiamento della pratica clinica, quanto, piuttosto, fonti di nuove ipotesi

Tabernero J, et al "Results from VELOUR, a phase III study of aflibercept versus placebo in combination with FOLFIRI for the treatment of patients with previously treated metastatic colorectal cancer" ECCO-ESMO 2011; abstract LBA6