Nonostante le prove a sostegno della sua efficacia, nei pazienti con carcinoma della vescica muscolo-invasivo di norma la chemioterapia sembra essere sottoutilizzata, stando ai risultati di uno studio di popolazione di ricercatori canadesi pubblicato di recente su Cancer.

Invece, "i pazienti sottoposti al trattamento chirurgico per un cancro della vescica dovrebbero essere sottoposti a chemioterapia prima o dopo l'intervento chirurgico. Occorre intensificare gli sforzi per aumentare il ricorso a questo trattamento, che sembra essere ampiamente sottoutilizzato" ha dichiarato il primo autore del lavoro Christopher Booth, del Queen’s University Cancer Research Institute di Kingston, in Canada.

Infatti, gli studi pubblicati giustificano l'impiego della chemioterapia neoadiuvante nel carcinoma della vescica muscolo-invasivo. Tra questi, c’è una metanalisi di studi randomizzati controllati che ha trovato un significativo aumento del 5% della sopravvivenza globale (OS) nei pazienti trattati con la chemioterapia prima dell’intervento. Inoltre, i clinici sembrano aver accettato l’idea che anche la chemioterapia adiuvante è efficace, ma in questo caso i dati di letteratura non sono così solidi.

Per avere maggiori certezze, Booth e i suoi colleghi hanno cercato di determinare l'entità del ricorso alla chemioterapia perioperatoria e la sua efficacia tra la popolazione generale della provincia canadese dell’Ontario.

A tale scopo hanno analizzato le cartelle cliniche di 2944 pazienti colpiti da un carcinoma della vescica muscolo-invasivo e inseriti nel Registro Tumori dell’Ontario e sottoposti a cistectomia tra il 1994 e il 2008. La maggior parte dei pazienti (il 71%), aveva un tumore localmente avanzato (T3/T4), era di sesso maschile (il 75%) ed era al di sopra dei 70 anni (il 60%). In un quarto dei casi c’era anche un coinvolgimento linfonodale.

Nel complesso, è risultato che il 4% dei pazienti (129) aveva fatto la chemioterapia neoadiuvante, il 19% aveva fatto una chemio adiuvante (572 pazienti) e l’1% (30 pazienti) aveva fatto entrambe. Per analizzare i trend d’impiego, i ricercatori hanno suddiviso i pazienti in tre gruppi in base al periodo: 1994-1998 (705 pazienti), 1999-2003 (964 pazienti) e 2004-2008 (1275). Il ricorso alla chemioterapia neoadiuvante non ha mostrato variazioni sostanziali nei tre intervalli di tempo considerati  ed è risultato rispettivamente del 5%, 3% e 6%, mentre l'uso della chemioterapia dopo la cistectomia è aumentato nel tempo, passando dal 16% al 18% e poi al 22 % .

I ricercatori hanno potuto risalire allo specifico regime chemioterapico utilizzato nel 46% dei casi (308 pazienti) sottoposti alla chemioterapia perioperatoria. In questo gruppo, il trattamento conteneva cisplatino nell’82% dei pazienti e carboplatino nel 14%. Le analisi statistiche hanno evidenziato un’associazione tra giovane età e un maggior ricorso alla chemioterapia in generale e tra caratteristiche patologiche sfavorevoli e maggior ricorso alla chemio adiuvante.

L’OS a 5 anni per la popolazione studiata è risultata complessivamente del 29% (IC al 95% 28-31), con una sopravvivenza legata al cancro del 33% (IC al 95% 31-35). I pazienti trattati con la chemio prima dell'intervento chirurgico hanno mostrato un’OS a 5 anni del 25% (IC al 95% 17-34 ) e una sopravvivenza legata al cancro del 28% (IC al 95% 18-39), mentre nel gruppo sottoposto alla chemio adiuvante le percentuali corrispondenti sono risultate del 29% (IC al 95% 25-33) e 28% (IC al 95% 24-33).

Le analisi aggiustate relative all’utilizzo della chemio adiuvante nella popolazione generale hanno mostrato un hazard ratio di 0,71 per l’OS (IC al 95% 0,62-0,81) e 0,73 per la sopravvivenza legata al cancro (IC al 95% 0,64-0,84).

"I risultati del nostro studio dimostrano che la chemioterapia somministrata dopo l'intervento chirurgico migliora la sopravvivenza del paziente, probabilmente in misura pari alla chemioterapia neoadiuvante" ha detto Booth.

Nella discussione, l’autore e i suoi colleghi fanno notare che le percentuali di OS a 5 anni del 25% e 29% osservate rispettivamente per la chemioterapia neoadiuvante e per quella adiuvante sono "sostanzialmente" inferiori a quelle riportate negli studi precedenti.

Per esempio, uno studio randomizzato di fase III pubblicato nel 2003 sul N Engl J Med sulla chemioterapia neoadiuvante aveva mostrato un’OS a 5 anni del 57%, mentre una metanalisi più recente aveva evidenziato un’OS a 5 anni di circa il 50% nei pazienti sottoposti a chemio adiuvante. Le possibili spiegazioni per queste discrepanze di sopravvivenza, sostengono i ricercatori canadesi nella discussione, vanno ricercate in differenze nelle strategie chirurgiche, in bias nella selezione e nell’invio dei pazienti, nonché nella "nota associazione tra i maggiori volumi della cistectomia e risultati migliori".

Nella loro conclusione, Booth e i colleghi scrivono quindi che, “date le potenzialità della chemioterapia perioperatoria per migliorare gli outcome dei pazienti, sono necessari ulteriori sforzi per comprendere le ragioni del sottoutilizzo" della chemio nella popolazione considerata nel loro studio.

C.M. Booth, et al. Perioperative chemotherapy for muscle-invasive bladder cancer: a population-based outcomes study. Cancer 2014; doi:10.1002/ cncr.28510.
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