Ca epatico, aggiunta di vitamina K a sorafenib aumenta la sopravvivenza

In uno studio giapponese presentato in occasione del recente Liver Meeting, a San Francisco, la somministrazione di vitamina K a pazienti affetti da un carcinoma epatocellulare al momento del trattamento con sorafenib ha migliorato sia la sopravvivenza globale (OS) sia la sopravvivenza libera da progressione (PFS).

In uno studio giapponese presentato in occasione del recente Liver Meeting, a San Francisco, la somministrazione di vitamina K a pazienti affetti da un carcinoma epatocellulare al momento del trattamento con sorafenib ha migliorato sia la  sopravvivenza globale (OS) sia la sopravvivenza libera da progressione (PFS).

Il trial, opera di ricercatori dell’Osaka General Medical Center, in Giappone, ha coinvolto 55 pazienti con un carcinoma epatocellulare, di cui 20 trattati con 45 mg di vitamina K2 in aggiunta a sorafenib e gli altri con il solo sorafenib.

"Abbiamo esaminato retrospettivamente i pazienti colpiti da carcinoma epatocellulare, concentrandoci sulle variazioni dei livelli sierici di des-gamma-carbossi protrombina (DCP), confrontando i valori pretrattamento con quelli misurati 8 settimane dopo l'inizio del trattamento" ha spiegato Yoshimichi Haruna durante la sua presentazione.

I due gruppi di trattamento, ha spiegato Haruna, non presentavano differenze rilevanti nelle caratteristiche di base".

Le analisi hanno evidenziato, invece, una differenza significativa tra i due gruppi nella PFS mediana, che è stata di 8 mesi nel gruppo trattato anche con la vitamina K contro 2,5 mesi nel gruppo trattato con il solo sorafenib (P < 0,001).

Anche la percentuale di controllo della malattia è stata maggiore nel gruppo trattato con la vitamina K e sorafenib rispetto al gruppo trattato con il solo sorafenib (78,9% contro 22,9%; P <0,001). Inoltre, i pazienti trattati con vitamina K hanno mostrato un’OS mediana superiore rispetto a quelli trattati solo con l’inibitore (23 mesi contro 10; P = 0,002).

Nel gruppo trattato con il solo sorafenib si è registrato un aumento dei livelli sierici di DCP (da 2,42 ± 0,92 a 2,78 ± 0,95 log mAU/ml; P = 0,051), nonostante l’inibizione della crescita del tumore, mentre il gruppo trattato con la vitamina K hanno mostrato un calo significativo dei livelli sierici di questo biomarker (da 2,35 ± 0,56 a 1,38 ± 0,2 log mAU/ml; P = 0,001).

"La nostra ipotesi è che sorafenib influisca sull’angiogenesi tumorale e ponga le cellule tumorali in uno stato di ischemia che compromette la diffusione della vitamina K delle cellule tumorali aumentando la produzione di DCP” ha spiegato Haruna in un’intervista. “Si pensa che la DCP agisca come fattore di crescita per il tumore e le cellule endoteliali. La somministrazione di dosi elevate di vitamina K diminuisce la produzione di DCP aumentando la concentrazione della vitamina K all'interno delle cellule tumorali. Pertanto, la somministrazione di vitamina K potrebbe aumentare l'azione antitumorale di sorafenib riducendo i livelli DCP” ha aggiunto il ricercatore.

Haruna ha concluso la sua presentazione dicendo che “la somministrazione di un agente non tossico come la vitamina K durante il trattamento con sorafenib ha prolungato notevolmente l’OS, così come la PFS, probabilmente attraverso un aumento del danno ischemico a carico delle cellule tumorali".