In un gruppo di pazienti con carcinoma epatocellulare, l’embolizzazione arteriosa epatica (HAE) con microsfere a rilascio di doxorubicina non ha migliorato gli outcome rispetto all’embolizzazione con microsfere che non rilasciavano alcun farmaco. È questo il risultato di un trial randomizzato, controllato e in singolo cieco presentato al Gastrointestinal Cancers Symposium, chiusosi da poco a San Francisco.

Infatti, nei pazienti trattati con microsfere senza farmaci si è ottenuto un tasso di risposta complessiva del 11% contro il 6% dei pazienti trattati con le microsfere a rilascio di doxorubicina. Invece, circa l'85% dei pazienti in entrambi i bracci ha mostrato una stabilizzazione della malattia.

Anche la sopravvivenza libera da progressione (PFS) è risultata leggermente superiore con le microsfere senza farmaci, mentre quelle a rilascio di doxorubicina hanno portato a un aumento di 3 mesi della sopravvivenza globale (OS), comunque non significativo.

"Le microsfere a rilascio di doxorubicina non hanno migliorato il tasso di risposta, il tempo mediano alla progressione, la sopravvivenza libera da progressione o la sopravvivenza globale in questo studio randomizzato" ha spiegato al congresso la prima autrice dello studio, Karen Brown, del Memorial Sloan-Kettering Cancer Center di New York. "L'aggiunta di doxorubicina alle microsfere non sembra però aumentare la tossicità o compromettere la sicurezza del trattamento" ha aggiunto l’oncologa, sottolineando anche che “questo studio porta a rimettere in discussione il beneficio aggiuntivo della chemioterapia per l’embolizzazione del carcinoma epatocellulare.

L’HAE si è guadagnata un ruolo nel trattamento del carcinoma epatocellulare, ma la chemioembolizzazione ha raccolto ancora più consensi tra i clinici, in gran parte senza una comprensione completa del ruolo che la chemioterapia potrebbe svolgere nella HAE.

Due studi pubblicati circa un decennio fa hanno fornito le evidenze a supporto della chemioembolizzazione, ha spiegato la Brown. In particolare, uno studio ha mostrato un aumento della sopravvivenza a 1 e 2 anni con la chemioembolizzazione rispetto all’embolizzazione e al trattamento conservativo nei pazienti con epatocarcinoma non resecabile. Tuttavia, ha sottolineato l’autrice, nel gruppo sottoposto all’embolizzazione non c’erano abbastanza pazienti per trarre conclusioni definitive. “Ciononostante, a 10 anni di distanza, molti ritengono ancora che questo studio abbia dimostrato un beneficio di sopravvivenza per la chemioembolizzazione transarteriosa rispetto all’embolizzazione o alla migliore terapia di supporto, e non è questo il caso" ha detto la Brown.

La ricercatrice e il suo gruppo hanno quindi deciso di fare un ulteriore confronto tra le due strategie per l’HAE, arruolando un gruppo d pazienti con carcinoma epatocellulare non resecabile in stadio I-II secondo Okuda, di cui metà sottoposti all’embolizzazione semplice e metà alla chemioembolizzazione con microsfere in grado di rilasciare 150 mg di doxorubicina.

L'endpoint primario era il tasso di risposta obiettiva secondo i criteri RECIST, determinato mediante una Tac multifase eseguita 3 settimane dopo il trattamento. Gli autori hanno considerato come fallimento della terapia la progressione della malattia o una necrosi tumorale inferiore al 5%. Gli obiettivi secondari comprendevano, invece, la sicurezza e la tollerabilità, il tempo alla progressione (TTP), la PFS, l’OS, e un confronto esplorativo della risposta e di altri outcome nei due gruppi.

L'analisi dei dati ha riguardato 92 pazienti. Sono state osservate cinque risposte parziali (11%) nel gruppo sottoposto all’embolizzazione e tre (6%) nel braccio assegnato alla chemioembolizzazione. Inoltre, 40 pazienti (l’87%) del gruppo embolizzazione hanno avuto una stabilizzazione della malattia, così come 39 (l’85%) nel gruppo chemioembolizzazione.

I ricercatori hanno anche valutato la risposta da parte della lesione, utilizzando i criteri dell’EASL. L'analisi ha riguardato 171 lesioni e i risultati hanno mostrato una riduzione del 100% nel 58% delle lesioni trattate con l’embolizzazione contro il 61% delle lesioni trattate con la chemioembolizzazione.

La percentuale di lesioni ridottesi di oltre il 50% è stata rispettivamente del 24% e 27%, mentre quella delle lesioni ridottesi meno del 50% è stata del 17% contro 11% e una lesione in ciascun gruppo è aumentata in misura superiore al 20%.

L'analisi degli endpoint secondari non ha mostrato differenze significative tra i gruppi. La probabilità di TTP a 2 anni è stata del 42% contro 49%, quella di PFS a 2 anni dell’11% contro il 19%, la PFS è stata di 5,2 mesi contro 4,6 e l’OS di 16,6 mesi contro 19,6.

Non si è osservata nessuna differenza trai i due gruppi nell’incidenza degli eventi avversi, che è risultata in entrambi i casi dell’84%. Gli eventi avversi più comuni sono stati sindrome post-embolizzazione, febbre, nausea e vomito.

Considerate le attuali tendenze epidemiologiche di aumento dell’incidenza del carcinoma epatocellulare, questi risultati hanno chiare implicazioni per la gestione della malattia, ha commentato Françoise Mornex, dell’Ospedale Unversitario di Lione in Francia, sottolineando che occorre trovare trattamenti migliori e c’è necessità di ottimizzare il trattamento. "Ci sono diversi metodi per embolizzare e trattare questi pazienti e ancora non si sa quale sia il migliore; è quindi importante rispondere a tale domanda e questi risultati su circa 100 pazienti sono abbastanza robusti" ha detto la specialista.

Ma l’oncologa ha anche avvertito che restano ancora altri quesiti ai quali occorre dare risposta. Per esempio, "occorre riprodurre questi risultati su un gruppo più ampio di pazienti? Bisogna credere a questi risultati e quindi cambiare le direzione della nostra pratica clinica?”. Riguardo a quest’ultima domanda, la Mornex ha detto di non essere sicura che si debba cambiare ora la pratica clinica sulla base di uno solo studio, per quanto molto importante. Piuttosto, ha consigliato, i medici dovrebbero prendere in considerazione i risultati e il modo in cui potrebbero adattarsi alla loro pratica, e quindi integrare le informazioni del caso.

K.T. Brown, et al. A randomized, single-blind, controlled trial of beads versus doxorubicin-eluting beads for arterial embolization of hepatocellular carcinoma (HCC). GICS 2013; abstract 143