Ca esofageo, chemioradioterapia neoadiuvante migliora gli outcome nei pazienti con linfonodi positivi

I pazienti con un adenocarcinoma esofageo stadiato clinicamente e con linfonodi positivi traggono un beneficio significativo di sopravvivenza globale dalla chemioradioterapia neoadiuvante. Lo evidenzia un'analisi retrospettiva pubblicata di recente su JAMA Surgery.

I pazienti con un adenocarcinoma esofageo stadiato clinicamente e con linfonodi positivi traggono un beneficio significativo di sopravvivenza globale dalla chemioradioterapia neoadiuvante. Lo evidenzia un’analisi retrospettiva pubblicata di recente su JAMA Surgery.

I pazienti con tumori con linfonodi negativi non sembrano, invece, beneficiare dell’aggiunta della chemioradioterapia neoadiuvante alla chirurgia.

"Attualmente, tutti i pazienti con un adenocarcinoma esofageo localmente avanzato e/o con linfonodi positivi vengono sottoposti alla chemioradioterapia neoadiuvante" ha spiegato Moshim Kukar, del Roswell Park Cancer Institute, in un’intervista. "L'obiettivo di questo studio era identificare quali pazienti colpiti da un adenocarcinoma esofageo traggono effettivamente beneficio da questo trattamento, in modo da poter identificare un sottogruppo di pazienti che non ne beneficiano e risparmiare a questi pazienti gli eventi avversi della chemioterapia”.

Kukar e colleghi hanno quindi eseguito un'analisi retrospettiva per stabilire se l'aggiunta della chemioradioterapia neoadiuvante alla chirurgia dia risultati oncologici simili rispetto a quelli ottenibili con la sola chirurgia in una vasta gamma di pazienti colpiti da carcinoma esofageo.

A tale scopo, i ricercatori hanno analizzato l'American College of Surgeons National Cancer Database, nel quale hanno individuato 1309 pazienti con un tumore all’esofago, di cui 539 erano stati sottoposti alla chemioradioterapia neoadiuvante e poi all’intervento e 770 alla sola chirurgia. Di tutta la coorte, 618 pazienti (il 47,2%) avevano linfonodi positivi.

L’endpoint primario era l’OS a 3 anni, mentre gli endpoint secondari comprendevano lo stato dei margini, la durata del ricovero postoperatorio, la percentuale di nuovi ricoveri post-intervento non pianificati e la mortalità a 30 giorni.

Il follow-up mediano per l'intera coorte era 73,3 mesi (range interquartile: 64,1-93,5).

L’OS a 3 anni è risultata significativamente superiore nel gruppo che aveva fatto la chemioradioterapia neoadiuvante prima dell’intervento rispetto al gruppo trattato solo chirurgicamente (49% contro 38%; P < 0,001).

Quando i ricercatori hanno stratificato pazienti in base allo stato dei linfonodi, l’OS (aggiustata in base al propensity score) ha mostrato un miglioramento significativo nel gruppo con linfonodi positivi (HR 0,52; IC 95%, 0,42-0,66). Tuttavia, il gruppo con linfonodi negativi non ha mostrato di trarre un beneficio significativo in termini di OS dalla chemioradioterapia neoadiuvante (HR 0,84; IC al 95% 0,65-1,1).

Lo studio, segnalano Kukar e  colleghi, presenta alcuni limiti. Innanzitutto, dato che il database utilizzato non forniva informazioni specifiche riguardo alle recidiva, la loro analisi di sopravvivenza ha dovuto limitarsi all’OS. In secondo luogo, il database non conteneva dati su altri fattori che possono influenzare l’OS, come il livello di esperienza del chirurgo o del team di assistenza ospedaliera.

"Abbiamo creato nuovi strumenti di calcolo mediante i quali possiamo predire quali pazienti beneficeranno al massimo della chemioradioterapia neoadiuvante. Questi risultati saranno presentati nel 2016 a Boston, all’Annual Cancer Symposium della Society for Surgical Oncology" ha anticipato Kukar nell’intervista.

Wayne L. Hofstetter, direttore del programma di chirurgia esofagea presso l’MD Anderson Cancer Center dell'Università del Texas, nel suo editoriale di commento osserva che i progressi nel campo della medicina di precisione possono contribuire allo sviluppo di regimi di trattamento appropriati per i pazienti colpiti da un cancro all’esofago.

"Si spera che in futuro l’utilizzo di marker renderà inutile questa discussione sull’utilità o meno della terapia preoperatoria” scrive l’esperto. "Prevedere quali pazienti sono a rischio di recidiva sistemica e colpire le aree vulnerabili del genoma tumorale e dell’espressione dei geni tumorali offrirà maggiori opportunità di cura, con una minore tossicità di sottofondo. Allo stesso modo, i pazienti con marcatori che indicano un basso rischio di recidiva all'interno o all'esterno del campo operatorio, e coloro che sono potenzialmente curabili, ma i cui marker indicano una relativa resistenza alla terapia preoperatoria, dovrebbero essere sottoposti direttamente alla resezione” conclude l’editorialista.

E. Gabriel, e al. Association Between Clinically Staged Node-Negative Esophageal Adenocarcinoma and Overall Survival Benefit From Neoadjuvant Chemoradiation. JAMA Surg. 2015; doi:10.1001/jamasurg.2015.4068.
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