Nei pazienti con carcinoma gastrico avanzato, i benefici dell’aggiunta di bevacizumab alla chemioterapia sembrano variare a seconda del sottotipo di malattia. Aggiungere il biologico sembra essere utile per migliorare la sopravvivenza nei pazienti europei e nordamericani con la forma diffusa e distale della malattia. Lo rivela un’analisi esplorativa dei dati dello studio AVAGAST, appena presentata a San Francisco in occasione del Gastrointestinal Cancer Symposium dell'American Society of Clinical Oncology (ASCO-GI).

Lo studio AVAGAST (The Avastin in Gastric Cancer), è un trial multicentrico di fase III randomizzato, controllato e in doppio cieco pubblicato l’anno scorso sul Journal of Clinical Oncology, che aveva l’obiettivo di valutare l’efficacia dell’aggiunta di bevacizumab alla chemioterapia di prima linea a base di capecitabina-cisplatino contro il tumore allo stomaco avanzato. Lo studio ha coinvolto 774 pazienti trattati con bevacizumab o placebo seguiti dalla chemioterapia ed è arrivato alla conclusione che l’aggiunta dell’anticorpo monoclonale alla chemio non offre alcun benefico significativo in termini di aumento della sopravvivenza globale (OS).

Nel contempo, però, il trial ha suggerito la presenza di differenze geografiche nella risposta al biologico, che è apparso dare risultati migliori nei pazienti americani ed europei che non in quelli asiatici. Su questa base, gli autori dell’analisi presentata a San Francisco, guidati da Manish Shah, del Memorial Sloan-Kettering Cancer Center di New York, hanno voluto riesaminare gli outcome dello studio AVAGAST in funzione del sottotipo di carcinoma e dell’area geografica di provenienza dei pazienti, per vedere se il sottotipo fosse un fattore prognostico dell’outcome e predittivo del beneficio di bevacizumab.

A tale scopo, i ricercatori hanno suddiviso i pazienti in base a tre sottotipi di tumore con istologia e fattori di rischio clinici e ambientali differenti. Circa il 10% di tutti i pazienti avevano una malattia prossimale (tipo 1), il 50% aveva la forma diffusa (tipo 2) e il 40% aveva un tumore distale (tipo 3).

Indipendentemente dal gruppo di trattamento, i pazienti con la forma diffusa hanno avuto un outcome peggiore rispetto a quelli con forma distale (OS mediana 10,3 contro 11,7 mesi; HR = 0,82) e quelli non asiatici hanno mostrato la prognosi più infausta (OS mediana 8,0 contro 11,1 mesi; HR = 0,68).

Le analisi hanno poi evidenziato che l'aggiunta di bevacizumab alla chemioterapia nei pazienti europei e americani ha migliorato in modo significativo la sopravvivenza globale nei pazienti con malattia diffusa (OS mediana 9,9 mesi contro 6.5; HR = 0,68) e in modo marginale in quelli con malattia distale (OS mediana 11,7 mesi contro 9,0; HR = 0,72); combinando i dati dei due sottotipi si è vista una riduzione significativa di un terzo del rischio di morte, mentre i pazienti dell’area Asia-Pacifico con qualsiasi tipo di malattia non hanno mostrato alcun beneficio significativo aggiungendo il biologico alla chemio

Anche nei controlli l’OS dei pazienti europei e americani è risultata diversa a seconda del sottotipo di tumore, con la forma diffusa associata alla prognosi peggiore. Inoltre, i livelli di due biomarcatori che hanno mostrato una correlazione marginale con l'efficacia di bevacizumab, la neuropilina-1 (NRP-1) tumorale e il VEGF-A plasmatico, hanno mostrato variazioni nei diversi tipi in linea con i benefici osservati del farmaco.

Lo studio conferma dunque che il cancro allo stomaco non è un tumore unico, che i diversi sottotipi hanno prognosi differenti, e che l’efficacia di bevacizumab è diversa a seconda del tipo.  Durante la sua presentazione Shah ha suggerito che tali sottotipi potrebbero costituire la base di una nuova classificazione del cancro allo stomaco

Commentando lo studio , David H. Ilson, anch’egli in forze al Memorial Sloan-Kettering Cancer Center, ha rimarcato, tuttavia, che si tratta di un’analisi su sottogruppi non pianificata e di piccole dimensioni; come tale, considerabile tutt’al più come generatrice di ipotesi. Ilson ha anche sottolineato che numerosi studi asiatici sull’uso della chemioterapia nel tumore allo stomaco non hanno evidenziato l’istologia diffusa quale fattore prognostico o predittivo e quelli fatti in Occidente spesso non hanno considerato il tipo di malattia. Perciò, il potenziale impatto prognostico e predittivo dell’istologia diffusa andrebbe validato in altre coorti, così come l’utilità dei possibili biomarker di risposta a bevacizumab

Manish A. Shah, et al. Survival analysis according to disease subtype in AVAGAST: First-line capecitabine and cisplatin plus bevacizumab (bev) or placebo in patients (pts) with advanced gastric cancer. J Clin Oncol 30, 2012 (suppl 4; abstr 5).
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